Nuovo stop agli impianti sciistici. Se ne parla il 5 marzo, forse. I gestori lamentano; alcuni aprono e disobbediscono; i ministri, quelli della Lega soprattutto, recriminano. A far arrabbiare un po’ tutti era stata la tempestività con la quale era stata comunicata la decisione: nella serata di ieri, intorno alle 19:00. Una scelta comunque condivisa dal governo e dal Presidente del Consiglio Mario Draghi.

A farlo sapere è l’Agi, che cita fonti di palazzo Chigi, che rimandano al comunicato diffuso ieri sera dal ministero della Salute. La questione è scottante: la prima bega per il governo dell’ex Presidente della Banca Centrale Europea che dovrà affrontare la fiducia in Parlamento mercoledì e giovedì. E considerando anche le parole dure da parte degli esponenti del Carroccio dopo l’ordinanza emessa ieri dal ministero della Salute guidata da Roberto Speranza.

“Mi auguro che non avvenga più ciò che purtroppo è avvenuto ieri per le piste da sci. Nessuno ovviamente discute l’emergenza sanitaria in atto, ma è impossibile chiudere i comprensori sciistici, poche ore prima della loro riapertura. Non si possono prendere in giro in questo modo intere comunità, migliaia di imprenditori e di lavoratori, che nei giorni scorsi avevano creato le condizioni di riaperture in sicurezza”, ha dichiarato intanto il capogruppo del Partito Democratico al Senato Andrea Marcurcci.

A preoccupare sono soprattutto le varianti del covid-19 che, secondo il dossier dell’Istituto Superiore di Sanità diffuso venerdì, riguarderebbe un positivo su cinque in Italia. Ad accendere gli animi, come si diceva, il tempismo della comunicazione, poche ore prima della mezzanotte. Praticamente unanime la proteste dei Presidenti di Regione, più veementi quelli del Nord, dove l’indotto dello sci rappresenta una buona fetta del Pil. Alle richieste di ristori si aggiungono a questo punto quelle di indennizzi per il danno subito.

Lo stop ha anche innescato atti di disobbedienza, come sta succedendo nella Piana di Vigezzo, a 1.720 metri, Craveggia, in alta Ossola in Piemonte. “Ancora venerdì la Regione ci aveva assicurato l’apertura e noi abbiamo predisposto tutto, in sicurezza, per riaprire. Così lo abbiamo fatto”, ha detto all’ansa.it Luca Mantovani, titolare della società che gestisce gli impianti nella valle a ridosso del Canton Ticino. Per la Coldiretti l’indotto vale tra i 10 e i 12 miliardi di euro all’anno.

Delicato il tema, considerando anche l’altro dibattito in corso, sul lockdown sì o lockdown no. Amministratori ed esponenti politici avevano voluto vedere l’ordinanza come una sorta di eredità della vecchia gestione dell’emergenza, quella del governo guidato da Giuseppe Conte. “Voglio vedere l’ordinanza di Speranza l’ultimo atto del vecchio governo Conte e non posso e non voglio vederlo come primo atto del governo Draghi: a lui chiedo che la tutela di queste imprese e lavoratori passi da parole ai fatti”, aveva detto il governatore del Piemonte Alberto Cirio a SkyTg24.