La prima questione politica del governo Draghi non poteva che scoppiare sull’emergenza coronavirus, la crisi, il rischio di una nuova ondata, gli allarmi sulle varianti che secondo il dossier diffuso dall’Istituto Superiore di Sanità riguardano al momento un contagiato su cinque nel Paese. Lockdown sì, o lockdown no: il nuovo esecutivo dovrà mediare proprio tra gli appelli alle chiusure degli esperti, la posizione di alcuni ministri, in particolare della Lega, e le decisioni del ministero della Salute. La questione è infatti esplosa con la decisione di prorogare fino al 5 marzo la chiusura degli impianti sciistici.

La polemica è esplosa perché i governatori delle Regioni interessate avevano già firmato le ordinanze per le riaperture degli impianti. Il prolungamento delle restrizioni era stato richiesto dal Comitato Tecnico Scientifico che si era espresso contrariamente alla riapertura per via delle “mutate condizioni epidemiologiche” dovute “alla diffusa circolazione delle varianti virali” del virus, “allo stato attuale non appaiono sussistenti le condizioni per ulteriori rilasci delle misure contenitive attuali, incluse quelle previste per il settore sciistico amatoriale”. Ieri in serata, infine, l’ordinanza i chiusura, intorno alle 19:00.

Immediate le repliche da parte dei ministri allo Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti e al Turismo Massimo Garavaglia, entrambi del Carroccio. “La montagna, finora dimenticata, merita rispetto e attenzione: che risposte si danno e in che tempi al documento predisposto dalle regioni? – lamentano – Non è solo questione di cifre: non è detto nemmeno che bastino i 4,5 miliardi richiesti quando la stagione non era ancora compromessa, probabilmente ne serviranno di più, a maggior ragione se ci sono altri stop. Gli indennizzi per la montagna devono avere la priorità assoluta, quando si reca un danno, il danno va indennizzato; già subito nel prossimo decreto”.

A suscitare le polemiche è soprattutto la tempistica, l’ordinanza arrivata quando le Regioni in Zona Gialla si erano organizzate per un protocollo di sicurezza e avevano ingaggiato personale. Un grido di dolore quello dell’Anef, l’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari: “Dopo il 3 dicembre, il 7 gennaio, il 18 gennaio e il 15 febbraio, adesso la proroga al 5 marzo. Ormai la stagione è saltata, ci sentiamo presi in giro di fronte a tutto quello che abbiamo speso per l’apertura di domani, in vista della quale abbiamo assunto altro personale. I ristori siano immediati, altrimenti il comparto va in fallimento. Siamo il settore più penalizzato: da 12 mesi senza un euro di incasso ma con spese e stipendi da pagare. La cassa integrazione è arrivata a dicembre, da luglio lavoravamo per preparare l’inverno”.

Oltre ai ministri polemizzano anche i governatori delle Regioni del Nord: per il lombardo Attilio Fontana “ancora una volta si dimostra che il sistema delle decisioni di ‘settimana in settimana’ è devastante sia per gli operatori, sia per i cittadini”; tempistica “sinceramente inconcepibile” per il valdostano Erik Lavevaz; l’emiliano e Presidente della Conferenza Stato Regioni Stefano Bonaccini esprime “stupore e sconcerto”; necessaria una ristrutturazione del Cts per il friulano Massimiliano Fedriga; “la montagna non è una cosa su cui si scherza” dice il Veneto Luca Zaia citando i 18 miliardi di pil che il turismo rappresenta per la Regione al Corriere della Sera; il governatore del Piemonte Alberto Cirio non vuole vedere questa ordinanza come il primo provvedimento del governo Draghi ma come l’ultimo del governo Conte. Tutti d’accordo nel chiedere indennizzi, riconoscimenti anche per i danni subiti, oltre che ristori.

È proprio sulla trincea sciistica che esplode il conflitto e il dilemma: riaperture sì o no? Si moltiplicano gli appelli degli esperti a tenere sotto controllo la situazione, soprattutto per via delle varianti del coronavirus che sembrano avere un grado di maggiore trasmissibilità. Per il professor Giorgio Palù, virologo, presidente dell’agenzia italiana del farmaco Aifa, servono ancora due o tre mesi di sacrificio e di concentrazione per evitare la terza ondata, ha detto al Corriere della Sera. Per il virologo Andrea Crisanti invece che aperture serve un lockdown duro in stile Codogno. Il primo a lanciare un appello alla chiusura totale era stato il consulente del ministero della Salute Walter Ricciardi, che aveva parlato anche di scuola e di eccezione per le attività essenziali. “Non ho parole. Non se ne può più di ‘esperti’ che parlano ai giornali, seminando paure e insicurezze, fregandosene di tutto e tutti. Confidiamo che con Draghi la situazione torni alla normalità – ha lamentato il segretario della Lega Matteo Salvini a Mezz’ora in più su Rai3 – Prima di terrorizzare gli italiani fai il favore di parlarne con il presidente del Consiglio”.

Antonio Lamorte