Forse ci vorrebbe uno come Otello Lupacchini, invece di Nicola Gratteri, a Milano. Anche se il posto di Francesco Greco, che tra pochi mesi andrà in pensione, forse per lui sarebbe poca cosa, visto che, fino a che non è stato cacciato, occupava un ruolo di livello superiore, quello di procuratore generale a Catanzaro. Del resto, basta sentirlo parlare, come è accaduto nella seduta del 26 marzo davanti alla commissione disciplinare del Csm, per capire che, sul piano della competenza ma anche della cultura, di magistrati come Otello Lupacchini ormai non ce ne sono quasi più. Erano quelli che non dormivano la notte se dovevano chiedere o decidere di mandare qualcuno in cella o emettere una sentenza di condanna. Non c’era bisogno dell’uso del trojan per sapere che le toghe di quella tempra non passavano il tempo a brigare per la carriera o a chiedere privilegi vaccinatori.

Per questo non c’è da stupirsi se, ascoltando a Radio radicale la seduta della commissione disciplinare del Csm sulle due “incolpazioni” di cui deve rispondere l’ex Pg di Catanzaro, si sente una certa insofferenza di coloro che sono chiamati a giudicarlo. Lui cerca di ricordare (senza bisogno di gridare “lei non sa chi sono io”, ma ci starebbe bene) di aver svolto il suo lavoro sempre con serietà ed equilibrio, mentre è stato trattato, solo per aver osato avanzare critiche nei confronti di certi comportamenti (in particolare quelli omissivi) del procuratore Gratteri, come una specie di “protettore dei masso-mafiosi”. Il tono mellifluo del consigliere Fulvio Gigliotti, membro laico in quota Cinque stelle del Csm, che presiede la commissione, lo interrompe continuamente, cerca di fargli perdere il filo, richiamandolo al tema. Le incolpazioni sono due, e non paiono così distanti dal problema dell’ immagine che del magistrato è stata data e che spetta a lui (o a chi altri?) riportare sul corretto binario.

Otello Lupacchini è accusato di aver criticato l’inchiesta “Rinascita Scott” del 19 dicembre 2019 del procuratore Gratteri, quella messa in discussione prima di tutto da diversi giudici che avevano immediatamente ridimensionato i 334 arresti. In un’intervista al TGcom24 l’alto magistrato aveva osservato che “per quanto concerne l’operazione, sebbene questo possa sembrare paradossale, non so nulla di più di quanto pubblicato sulla stampa, in quanto vi è la buona abitudine da parte della Procura distrettuale di Catanzaro di saltare tutte le regole di coordinamento e collegamento con la Procura generale”. Parole gravi? Certo. Tanto più che il dottor Lupacchini era stato intervistato soprattutto come esperto di grande criminalità, sia come giudice che come pubblico ministero, e in tale veste non aveva potuto non notare l’”evanescenza” nell’impostazione di certe inchieste. Termine usato spesso, come ricordato nell’audizione, dalle sentenze di Cassazione quando si tirano le orecchie a certi provvedimenti. Parole che avrebbero dovuto allertare il ministro Bonafede e il procuratore generale Salvi a mettere gli occhi su quel che stava combinando il procuratore Gratteri. E’ accaduto il contrario. Hanno messo le manette a Lupacchini.

Le manette a uno (ce ne fossero tanti di procuratori che parlano così!) che dice del proprio ruolo di inquirente, che non è quello di “derattizzatore” . Non è chiamato a fare pulizia, ma a fare giustizia. Ma non piace. Non piace che lui ricordi “superior stabat lupus” e dica che i lupi che nel passato amavano ululare oggi hanno mezzi più sofisticati per colpire. La maestra gli rimprovera di essere fuori tema. Come se nel corso del processo all’imputato venisse tagliata la lingua. Così tocca all’avvocato Ivano Iai fare il punto sulla seconda incolpazione di cui deve rispondere il suo assistito, quello di aver postato sul proprio profilo Facebook il testo di una petizione, sottoscritta da cinquemila persone, in favore del procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla, trasferito dal Csm al tribunale civile di Potenza.

Sono tanti i testimoni che andrebbero sentiti dalla commissione disciplinare per valutare se l’equilibrio di un magistrato si valuta dalla sua capacità di “derattizzare” o da ben altro. Il rappresentante della procura generale Marco Dall’Olio, esponente di Magistratura democratica, chiede che ogni richiesta dell’avvocato Iai venga respinta. La tenaglia sta per scattare. Dalla strage di testimoni si salva solo Paolo Liguori, il direttore di TGcom24, che verrà sentito nella seduta del prossimo 13 maggio.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.