Il 19 luglio del 1990, a dieci anni dalla strage di Bologna, quando la corte d’assise d’appello assolse Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, i due principali quotidiani della sinistra italiana ebbero un comportamento opposto. “Lo scandalo di una sentenza giusta”, titolò il quotidiano diretto da Valentino Parlato, mentre il rivale-fratello maggiore guidato da Massimo D’Alema pubblicava la sua prima pagina totalmente bianca in segno di protesta. Non si era mai visto, che il partito comunista si mettesse contro i giudici. Ma del resto il Pci era fin d’allora dalla parte dei pubblici ministeri, quegli stessi che avevano chiesto e ottenuto gli ergastoli in primo grado e con cui a Bologna il partito di Occhetto era in stretti rapporti. Quella pagina bianca e la grancassa che ne seguì sortirono il loro effetto mediatico, politico e anche giudiziario. Cassazione, ancora appello e di nuovo cassazione misero la pietra tombale sugli ergastoli di un processo politico celebrato senza prove e con labilissimi indizi. E ancora si indaga, in questo processo senza fine.

Quest’anno la piazza militante non ha fischiato coloro che parlavano dal palco, a Bologna, nell’anniversario del 2 agosto, che è stato addirittura il quarantennale. Non ha fischiato un po’ perché, data la solennità dell’anniversario, era presente il presidente Mattarella e un po’ perché i rappresentanti del governo sono di sinistra. Ma per quarant’anni quella piazza, governata da quell’associazione dei parenti delle vittime che è diventata un vero partito ( tanto da aver mandato in parlamento il proprio presidente Paolo Bolognesi) è stata inaccessibile a chiunque non condividesse quella “verità” nata nelle notti insonni e nei conciliaboli tra dirigenti di partito e pubblici ministeri. Mai l’ombra del dubbio solcò la fronte di quegli uomini. E al manifesto quel titolo del 1990, che rispecchiava una campagna di stampa garantistica su un processo indiziario, costò l’insulto più bruciante: siete “oggettivamente” al fianco dei mandanti della strage, scrissero i dirigenti della federazione bolognese del Pci. Per loro la sentenza, perentoria e definitiva, era scritta fin dal 3 agosto 1980, quando ancora si frugava a mani nude tra la macerie e si contavano i morti. E coloro che pure erano stati prestigiosi dirigenti comunisti come Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Valentino Parlato, venivano degradati a “nemici” perché dubitavano della loro verità.

Ma se invece quella delle sentenze non fosse la verità? Se le cose fossero andate in un altro modo e la strage non fosse “fascista”? Esiste ormai un bel po’ di storiografia che segue un’altra pista, sia sulla strage di Bologna che sul Dc 9 precipitato a Ustica il 27 giugno di quell’anno, ed è la cosiddetta “pista palestinese”. Lasciamo agli appassionati il compito di trovare eventuali prove o indizi di questa seconda alternativa “verità”. Ma esiste anche una terza ipotesi, quella che non piace ai pistaroli retroscenisti di tutti i tipi e di tutti i colori politici, quella della casualità, quella di chi non crede alla “strategia della tensione” di chi (fascisti o servizi più o meno deviati) avrebbe usato le bombe per cambiare di volta in volta il quadro politico nel Paese.

Un personaggio disincantato ma non certo sprovveduto né poco politico come Luigi Pintor ha sempre sostenuto per esempio che la bomba di piazza Fontana fosse stata un banale errore di chi credeva di aver posto l’esplosivo a titolo dimostrativo in orario di chiusura della Banca dell’agricoltura. Ignorando il fatto che una volta la settimana, il venerdì, il prolungamento di un’ora fosse dedicato a incontri tra gli agricoltori. E Francesco Cossiga era convinto che anche la strage di Bologna fosse frutto di un “errore”, la casualità di un trasporto di esplosivo in transito, finito male. Se a questo si aggiunge un altro fatto accidentale, quello scroscio improvviso di pioggia che costrinse i manifestanti di piazza della Loggia a Brescia a rifugiarsi proprio sotto i portici dove qualcuno aveva posto un altro ordigno “dimostrativo”, è facile costruire un’altra teoria. Che potrebbe avere la stessa dignità di quelle considerate ormai storiche. E se fosse stato tutto tragicamente casuale?

Sulla base di questo dubbio, ci domandiamo se abbia ancora senso, non solo da parte della magistratura militante la continua ossessiva ricerca di “mandanti”, vivi o morti (come nel caso delle ultime indagini bolognesi), ma anche la periodica proposta, da parte di vertici istituzionali, di “liberare” gli atti sulle stragi ancora secretati o pieni di omissis o con nomi e date sbianchettati. Che cosa pensiamo di trovare in quelle carte? Qualche verità rivelata? Sarà cinico il dirlo, o magari qualunquistico secondo qualcuno, ma cessiamo per un attimo di frugare, lasciamo depositare un po’ di polvere del tempo sulla storia delle stragi. Noi, le generazioni che hanno vissuto gli anni del terrorismo di destra e di sinistra, sappiamo che quelli furono fenomeni tragici ma genuinamente politici e con un certo radicamento anche sociale. E sono già storia. Quella delle bombe ancora no, troppo inquinata anche (ma non solo) da forzature politiche e giudiziarie. Cominciamo prima a imparare a coltivare il dubbio. Poi ne riparliamo.