Uccisi nel corso di un conflitto a fuoco, non è stata una esecuzione. E’ quanto emerge dall’autopsia effettuata al Policlinico Gemelli di Roma sui corpi dell’ambasciatore Luca Attanasio, 43 anni, e del carabiniere Vittorio Iacovacci, 30 anni, morti in Congo lunedì 22 febbraio durante un tentativo di sequestro.

Sono in totale quattro i colpi che hanno causato la morte dei due italiani, raggiunti da due proiettili ciascuno. La Tac ha evidenziato che i proiettili hanno trapassato i corpi da sinistra a destra. Attanasio è stato raggiunto da colpi all’addome e l’esame ha individuato sia il foro di entrata che quello di uscita. Non sono stati individuati residui metallici.

Iacovacci è stato colpito nella zona del fianco e, poi, alla base del collo dove è stato individuato un proiettile di un AK47, un Kalasnikov. Il corpo del carabiniere presenta multifratture all’avambraccio sinistro. Questo fa ipotizzare che il proiettile fermatosi al collo abbia colpito prima l’arto fratturato. La Procura ha disposto esami balistici.

Le salme dei due italiani sono rientrate in Italia nella tarda serata del 23 febbraio. All’aeroporto di Ciampino, a Roma, erano presenti il Presidente del Consiglio Mario Draghi, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e degli Esteri Luigi Di Maio. Assente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma soltanto per problemi di salute.

I funerali di Stato si terranno giovedì 25 febbraio nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli a Roma.

Ancora troppi i dubbi sull’agguato che ha colpito il diplomatico e il militare italiani. Il governo, con il ministro dell’Interno, di Kinshasa ha incolpato i guerriglieri hutu del Fronte Democratico di liberazione del Ruanda. Questi hanno smentito, rimandando l’accusa al mittente. Nel Nord del Kivu sono centinaia, circa 170 le bande che imperversano. Hanno natura politica, etnica, religiosa o semplicemente criminale.

C’è ancora anche da capire chi ha esploso i proiettili che hanno ucciso rapidamente l’ambasciatore e il carabiniere. E anche da scoprire perché la strada sulla quale viaggiava il convoglio di due auto – non blindate – era stata definita sicura dall’Onu. “Asse rosso, negativo”, il messaggio che definiva la strada Rn2 sulla quale viaggiavano i due veicoli e che avrebbe portato il diplomatico in visita a una scuola di Rutshuru. Tutto organizzato dal World Food Programme. Nessun “asse rosso” dunque, nessun pericolo. I due uomini non indossavano nemmeno il giubbotto anti-proiettili. Su tutto questo indagano i Ros in Congo da lunedì stesso.

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine, al momento contro ignoti, per sequestro di persona con finalità di terrorismo. Preziosa la testimonianza di Rocco Leone, vicedirettore locale del World Food Programme, che viaggiava con Attanasio e Iacovacci. Morto anche l’autista della jeep sulla quale viaggiava il diplomatico nell’attacco.