Lavoro
Stress da Intelligenza Artificiale? In America la produttività cresce anche senza: +2% da 20 anni
Ogni epoca ha la sua superstizione: il vapore, l’acciaio, oggi la macchina che calcola. Ma la domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale diventerà cosciente. È più sobria e più politica: chi potrà usarla per decidere la vita degli altri? L’Economist, con un’inchiesta tutt’altro che apocalittica, offre una lezione preziosa. In America la produttività cresce al ritmo migliore da vent’anni, circa il 2% annuo, ma non per merito già dimostrato dell’AI generativa. Il salto viene da cloud, software, energia abbondante e flessibilità d’impresa. Tradotto: una tecnologia cambia la società quando diventa infrastruttura comune, non quando resta chiusa nei templi di pochi proprietari.
Qui comincia il problema liberale. I giganti del cloud spendono somme da impero in data center, chip, energia e contratti futuri. Non costruiscono solo prodotti; costruiscono il pavimento su cui cammineranno imprese, scuole, ospedali, amministrazioni. Chi controlla quel pavimento non vende servizi: definisce le condizioni della cittadinanza economica. Non serve immaginare eserciti di disoccupati per vedere il rischio. L’Economist ricorda che la storia non conosce tecnologie capaci di distruggere stabilmente il lavoro umano di massa. Ma avverte che il punto potrebbe essere non la quantità del lavoro, bensì la sua qualità: si può essere occupati e più poveri; connessi e più ricattabili; produttivi e meno liberi. La servitù moderna arriva come abbonamento, piattaforma, algoritmo proprietario.
La Cina mostra l’altra faccia: veicoli autonomi, droni e robotaxi avanzano rapidamente, ma Pechino teme la disoccupazione più degli errori tecnici. Vuole automazione senza rivolta sociale. È una lezione anche per le democrazie: se una tecnologia svaluta troppo in fretta competenze, redditi e status, la frattura non resta economica; diventa politica. Per questo l’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV colpisce un punto che non riguarda solo i cattolici. Quando chiede di ‘disarmare’ l’IA, non invoca il ritorno alla candela. Chiede che la tecnica non diventi dominio. È la stessa domanda aperta dalla Rerum novarum davanti alla fabbrica: la ricchezza nuova può nascere sopra una dignità vecchia di secoli? La macchina può imitare l’uomo; non per questo può diventare misura dell’uomo.
Un liberalismo serio parte da qui: non paura della tecnologia, ma diffidenza verso ogni potere senza contendibilità. Il mercato non è il diritto del più grande a diventare inevitabile. È pluralità, ingresso, scelta. Se pochi soggetti controllano calcolo, dati, modelli, cloud, energia e distribuzione, non siamo davanti al libero mercato, ma a sovranità privata mascherata da innovazione. L’agenda, allora, non è luddista. È liberale: antitrust sulle integrazioni verticali; portabilità dei dati; interoperabilità; accesso equo al calcolo per università, start-up e piccole imprese; appalti pubblici non prigionieri di un solo fornitore. La concorrenza non nasce spontaneamente quando l’ingresso costa miliardi e megawatt.
Poi c’è il fisco. Se l’IA sposta reddito dal lavoro al capitale, lo Stato che tassa soprattutto lavoro e consumi diventa fragile quando cresce il bisogno di protezione. Tassare i robot sarebbe rozzo. Tassare le rendite è doveroso: extraprofitti, uso di risorse scarse, terra, energia, valore dei dati.
Infine, la proprietà. Se l’IA nasce anche da ricerca pubblica, università, dati sociali, reti elettriche e regole comuni, una parte del suo frutto deve tornare alla comunità: fondi sovrani, dividendi sociali, quote diffuse nei vincitori tecnologici. Non per statalizzare ogni algoritmo, ma per impedire che il cittadino diventi materia prima e cliente sorvegliato. La questione non è salvare l’uomo dalla macchina. È salvare la libertà dalla concentrazione. L’IA può essere emancipazione, cura, conoscenza, produttività, ma solo se il futuro resta abitabile e contendibile. La macchina può imparare il nostro linguaggio; la politica deve ricordarle la nostra grammatica morale: nessuna efficienza vale la riduzione della persona a strumento.
© Riproduzione riservata







