Smettiamola con l’ipocrisia. Se ci guardiamo intorno, dopo la pandemia e il lockdown, vediamo tanti vinti, tanta sofferenza e tante macerie, e alcuni vincitori. Cerchiamo di capire perché. Le crisi (sanitaria, economica e finanziaria) attuali rientrano nella categoria “supply side”, ovvero crisi dal lato dell’offerta. Sono crisi di tipo “simmetrico”, che hanno colpito indistintamente, e nello stesso tempo, tutte le economie e i tessuti sociali. Il rischio è quello che da una crisi simmetrica si possa uscire ora in maniera asimmetrica. Con vincitori e vinti. Appunto. Il mercato del lavoro italiano è un perfetto esempio di come l’uscita dalla crisi possa avvenire proprio in maniera asimmetrica, e quindi disastrosa. In particolare, il rischio è quello che una categoria di lavoratori, quelli pubblici (protetti dalla concorrenza), uscirà prima e meglio dell’altra categoria, quella dei lavoratori del settore privato (esposti alla concorrenza).

I primi, infatti, hanno potuto lavorare da casa in smart working, conservando intatto il loro salario che, anzi, in termini reali, è anche aumentato, considerando che, lavorando da casa, le loro spese si sono ridotte. I secondi sono stati invece quelli che hanno dovuto subire la cassa integrazione in quantità mai viste, riduzioni di stipendio e, in molti casi, anche il licenziamento o il non rinnovo dei contratti a termine.
Quando si parla di mercato del lavoro, in Italia più che negli altri Paesi industrializzati avanzati, in realtà non si parla quindi di un unico mercato, ma si deve necessariamente far riferimento ad almeno due mercati separati: quello privato “necessariamente” efficiente, quello pubblico ampiamente inefficiente (e non sempre per responsabilità dei dipendenti pubblici).

Il mercato del lavoro privato rappresenta l’occupazione e le relative regole in un contesto di economia di mercato, cioè in un ambiente concorrenziale. Di converso, quando si parla di mercato del lavoro pubblico, si fa riferimento ugualmente ad un mercato, ma finalizzato alla produzione di beni e servizi pubblici: giustizia, sanità, scuola, educazione, sicurezza. Ne deriva che questo secondo mercato è più complicato del primo, perché non ha come proprio determinante il sistema dei prezzi e l’equilibrio non si trova necessariamente tra la domanda e l’offerta. Motivo per cui l’economista Albert Hirschman, a suo tempo, dovette formalizzare tre possibili regolatori segnaletici, che facessero le veci del sistema dei prezzi o della trasparenza e dell’efficienza del mercato del lavoro privato: exit, voice e loyalty.

L’exit è la possibilità di uscire dal sistema pubblico in maniera tale da far sentire il fiato sul collo del privato, se il pubblico non funziona; voice è dare voce ai cittadini, per determinare la loro customer satisfation, e quindi avere indicatori di soddisfazione o insoddisfazione; la loyalty consiste, infine, nella fiducia e nella lealtà reciproche tra cittadino e Stato, in veste di produttore di beni e servizi pubblici. Tanto più exit, voice, loyalty funzionano, tanto più il mercato del lavoro pubblico è efficiente, contribuendo così all’efficienza del sistema. È chiaro che nella crisi che stiamo vivendo, se non si rimette in moto il mercato del lavoro pubblico, in termini di efficienza, di qualità, di trasparenza, aggiungiamo collasso al collasso. In fondo, è relativamente semplice investire sull’“offerta” nel settore privato, attraverso innovazione, infrastrutture, reti, incentivi agli investimenti, politiche fiscali. Molto più complicato e difficile è intervenire sul mercato del lavoro pubblico.
Questo è lo stato dell’arte. È bene esserne tutti consapevoli, soprattutto in tempo di Recovery e di riforme. Insomma, è arrivato il momento della verità e di investire in nuove regole per consentire ai catalizzatori di “voice, exit e loyalty” di operare per più efficienza, competitività, equità e semplificazione. Per l’Italia è la scelta delle scelte, la riforma delle riforme.