Uno potrebbe dire: ma cosa c’entra l’affettività con il lavoro? Una domanda, questa, quanto mai opportuna in questo tempo in cui si pretende di separare il fare dall’essere, ponendo al centro il primato esclusivo del fare, senza chiedersi come nascono il fare bene, il fare l’inedito e, soprattutto, il ben fatto. Proviamo allora a capirci, per almeno due motivi. Prima di tutto perché di fare meglio e di innovare non abbiamo mai avuto così urgente bisogno, e poi perché, sia chi lavora, che chi rappresenta, tutela e cura chi lavora deve cercare di guidare il cambiamento e non di subirlo.

Per esserci in questa ambiziosa evoluzione non possiamo limitarci all’azione ma abbiamo bisogno di cercare insieme i linguaggi e i significati innovativi, e lo dobbiamo fare mentre cambiano, cambiando con loro. Allora diventa utile e necessario riflettere su cosa portiamo nel lavoro e cosa porta il sindacato nell’altro che intende rappresentare. Cosa evoca in noi l’esperienza e la domanda di chi lavora e cosa noi evochiamo negli altri. Questo perché il lavoro è relazione e intersoggettività intorno a un compito. Anche quando si fa di tutto per mortificare i significati e la dimensione relazionale del lavoro, i significati e le relazioni si impongono comunque, perché siamo esseri umani e, perciò, siamo quelli che vivono degli altri e della ricerca congiunta di significati.

Chi non ha colto il significato profondo del capolavoro di Charlie Chaplin, Tempi moderni, laddove nella più elevata costrittività tayloristica emerge il senso dell’azione e dell’opera come motivazione al lavoro? In questo modo siamo già nel campo dell’affettività. “Ad” è una preposizione latina che vuol dire “verso”; “fero” è un verbo che vuol dire “portare”, come tutti sappiamo. L’affettività indica, perciò, quello che ognuno di noi porta nell’altro con la propria presenza, e quello che siamo in grado di riconoscere e accogliere di quanto l’altro porta verso noi. Il riconoscimento reciproco intorno a un compito primario, da vicino o a distanza, è la base del lavoro, inteso come quell’esperienza che ci fonda al punto di incontro tra mondo interno di ognuno e mondo esterno, con la mediazione del principio di realtà. Se ciò che produciamo con gli altri, qualsiasi cosa sia, parla di noi è perché ci riconosciamo nel prodotto e, come diceva Adriano Olivetti, è l’amore per il prodotto a far grande un processo produttivo e un’economia e un’impresa per gli esseri umani.

Del resto, Freud aveva sostenuto che i verbi fondamentali di ogni vita sono “amare” e “lavorare”. È difficile immaginare di poter avere un prodotto di qualità senza un investimento motivazionale che porti a curarne la bellezza e il valore. Così come è difficile rappresentare bene qualcuno senza che l’altro senta che è presente in noi con le sue aspettative e con il suo affidamento. E siamo ai codici affettivi. Si tratta del nostro “pin” interiore, il codice di identificazione personale, quello che ci permette di sentire quello che sente l’altro, usando noi stessi per ascoltare e rappresentare.

Non c’è niente di eccezionale, solo che il lavoro nell’infosfera ha bisogno di riconoscerlo, uscendo finalmente da una visione meccanicistica e spersonalizzante. Perché diciamo che non c’è nulla di eccezionale? Ma perché siamo fatti così ed è tempo di accorgersene. Due grandi studiosi come Vittorio Gallese e Massimo Ammaniti, che studiano l’intersoggettività e il legame motivante e coinvolgente tra le persone, scrivono: «Quando le donne sono in gravidanza hanno grandi oscillazioni di identità e un rilevante sconvolgimento emozionale. Tuttavia, sperimentano anche, allo stesso tempo, un senso crescente di coerenza interna, soddisfazione e integrazione personale».

Questo senso di coerenza interna, soddisfazione e integrazione personale ci sembra essere anche ciò che ci serve oggi per emancipare il lavoro e la sua rappresentanza. L’identità di chi lavora e di chi rappresenta il lavoro oscilla di fronte a un tumultuoso cambiamento, e tutti viviamo un profondo sconvolgimento emozionale, fatto anche di paura e di ansia, ma anche di progetti, sogni e aspettative, di nuove forme di lavoro e di nuovi linguaggi per narrare il lavoro. Questa “gravidanza” di futuro richiede di essere colta e di essere tradotta in pratiche di innovazione. Verso una nuova coerenza interna ai mondi del lavoro per inedite soddisfazioni e integrazioni personali e collettive. Mai come oggi ogni soggetto, ognuno di noi, è in balìa del massimamente Altro, e, quindi ognuno di noi è massimamente intersoggettivo.

Ognuno nel lavoro ha bisogno di essere riconosciuto come una presenza che ha aspettative e da esse possono scaturire motivazioni, se vi è ascolto e ricerca del bene vicendevole. Si parla molto di economia dell’accesso nell’era digitale, e allora vale la pena assumere il concetto fino in fondo. L’accesso più importante è quello che può derivare dall’aprire le porte all’altro che viene con ciò che porta, attivando i codici affettivi di cui tutti disponiamo, materni per accogliere, paterni per indicare, fraterni per condividere, per riconoscerci al fine in un ben fatto collettivo e personale, sia nel lavorare che nel rappresentare il lavoro.

Un orientamento innovativo oggi più che mai necessario, che abbia, tra gli altri, questi principi ispiratori, insieme alle prassi che ne possono derivare, mostra una particolare continuità con la storia della Fim-Cisl, che incontra allo stesso tempo e con determinazione l’opportunità di coniugare la propria storia alla temperatura del presente. L’impegno attuale della Fim-Cisl è decisamente proiettato ad assumere la sfida del presente per innovarsi e innovare la rappresentanza. L’attenzione, come è evidente dalle azioni in corso, sia nella formazione interna che nelle strategie esterne, è posta in particolare ai codici affettivi per adeguare e innovare i linguaggi della rappresentanza; è posta, inoltre, nelle scelte sindacali volte a comprendere e cercare di governare, a favore di chi lavora, la dematerializzazione e la digitalizzazione del lavoro, facendosi carico anche della ricadute sia problematiche che propositive di una trasformazione epocale come quella della quarta rivoluzione industriale.

Al centro dell’attenzione vi è comunque la priorità del benessere delle donne e degli uomini che lavorano, in quanto un compito storico e attuale è ricondurre l’economia alla sua dimensione umanistica, mediante una nuova civiltà del lavoro.