Il 25 aprile non è mai stata una festa condivisa, ma il ricordo, giustamente partigiano, di come l’Italia si liberò dal gioco nazi-fascista. Non sorprende se questa magnifica giornata oggi sia sempre più usata per fini partitico-politici non particolarmente nobili. Un momento di riflessione che ormai da decenni si esplica nell’assunzione, da parte di alcuni, di patenti di legittimità antifascista. L’affermazione che questo passato sia “l’ultimo” 25 aprile non è una frase retorica, perché ciò che è successo va ben oltre i limiti dell’immaginazione. Arrivare a parlare di “saponette mancate” è l’espressione di un completo rovesciamento valoriale.

Se una mattina gli italiani si sono dati una svegliata – parafrasando il nobile canto – è anche grazie allo stordimento che veniva dagli attacchi alleati, quelli che distruggevano case, porti, strade, ponti. Ammettere che l’Italia antifascista inizialmente consisteva solo di un pugno di illuminati di fronte a milioni di indifferenti o silenti aderenti sarebbe già un bel passo avanti nella riformulazione di una coscienza storica nazionale. A più di ottant’anni dalla fine della guerra, con i testimoni veri di quella tragedia agli sgoccioli, l’Anpi deve porsi una seria domanda: cosa intende essere dopo che i veri partigiani non ci saranno più? Accollarsi il peso della memoria, di quella memoria su cui noi tutti fondiamo oggi il nostro vivere civile, non è un fardello da poco e sono certo, anzi sicurissimo, che tanti degli iscritti ne sono più che coscienti. Guardare al futuro significa anche ponderare parole e pensieri, uscire dalla foga degli slogan e pensare, pacatamente, a quello che si dice.

Qui entrano in pieno gioco le dichiarazioni del vicepresidente dell’Anpi, Primo Minetti, che alla domanda di una giornalista circa i fatti di Milano, dopo aver condannato le orrende grida contro i rappresentanti della Brigata Ebraica, punta il dito contro questi, definendoli provocatori, colpevoli di aver portato “non solo le bandiere d’Israele, ma perfino le bandiere che inneggiavano a Trump e Netanyahu”. Quindi? Dobbiamo intendere che se la siano cercata, che quel latrato indegno, quel “saponette mancate”, sia, alla fine della fiera, null’altro che un errato ma consequenziale atto di sfogo? Questa “provocazione” è sufficiente a risvegliare i più osceni sbraiti da antisemiti razzisti, ma non a destare reazione alcuna davanti a chi si ammanta delle bandiere di Hezbollah o inneggia alla teocrazia che impicca giovani con le gru?

Viene davvero da chiedere cosa stiamo celebrando e che cosa abbiamo capito dalla lezione di oltre ottant’anni fa. I cimiteri dei soldati alleati sono rimasti vuoti, come sempre, anche se senza di loro non saremmo qui, beati, a raccontarcela. L’antisemitismo, come qualsiasi forma di odio, è una malattia: senza una supervisione costante, la società rischia di infettarsi e trasformarsi nel mostro che diceva di aborrire. Qualche anno fa, con “a sua insaputa”, si rischiava di farsi comprare un immobile; oggi in ballo c’è qualcosa di molto più serio.

Gabriele Mancuso

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