Il dibattito sulla legge 157
Torna l’odio contro i cacciatori; basta menzogne, non è il far west
Il mondo della caccia è all’angolo. Lo ha messo all’angolo una scelta politica miope. Quella di aprire una riforma della legge 157 in senso unilaterale, senza una vera relazione sullo stato di applicazione della norma, senza una discussione pubblica seria, senza quella concertazione che accompagnò la nascita della legge stessa. La 157 meritava certamente un aggiornamento. Dopo oltre trent’anni, sarebbe stato perfino doveroso interrogarsi su cosa abbia funzionato, cosa vada corretto, come siano cambiati ambiente, agricoltura, presenza faunistica, ruolo degli enti locali e responsabilità del mondo venatorio. Ma non così. Non con un’iniziativa percepita come identitaria, divisiva, propagandistica. Non trasformando una materia delicatissima in un terreno di scontro ideologico.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. È riemerso un livore contro i cacciatori che non si vedeva dalla stagione referendaria. Si è riaperta una frattura profonda nella pubblica opinione. E questo è un danno enorme, prima di tutto per chi crede nella caccia sostenibile, regolata, responsabile, inserita dentro una moderna gestione della fauna e del territorio, ancorata a un sistema pubblico che parte dalla valorizzazione del principio cardine della fauna patrimonio indisponibile dello Stato.
Il tema della fauna in sovrannumero, dei danni alle colture, della sicurezza nelle aree rurali, del ruolo del comparto agricolo e degli strumenti di controllo poteva e doveva essere affrontato in altro modo. Anche attraverso strumenti normativi diversi, più coerenti e meno ideologici, come poteva essere un provvedimento legato all’agricoltura, sul modello del Coltivitalia che peraltro è un provvedimento ancora non licenziato dal Parlamento e pertanto ancora utilizzabile. Si sarebbe potuto intervenire con precisione, distinguendo il controllo faunistico dall’attività venatoria, senza caricare la riforma della 157 di significati politici impropri.
Bisogna dirlo con chiarezza. La caccia non è il far west raccontato da certa propaganda anticaccia. I cacciatori non sono una categoria da criminalizzare. In molte aree del Paese rappresentano ancora un presidio di conoscenza del territorio, una componente attiva nella gestione ambientale, un patrimonio di cultura rurale e responsabilità, di gestione. La caccia sostenibile, se fondata su regole, dati scientifici, controlli e rispetto dell’ambiente, che rispetta le produzioni agricole, ha piena cittadinanza in una società moderna. Ma proprio per questo vanno stigmatizzate anche le menzogne sulla caccia. Quelle di chi dipinge ogni cacciatore come un pericolo pubblico o un nemico della natura. E quelle, opposte, di chi finge che nulla debba cambiare, che ogni critica sia ideologia, che ogni limite sia un attacco alla libertà. Entrambe queste narrazioni fanno male alla verità e fanno male alla caccia. La responsabilità di questa situazione non è solo della destra e del governo, che hanno scelto di forzare la mano. È anche di quella parte del mondo venatorio che ha assecondato acriticamente l’iniziativa, scambiando una bandiera politica per una vera tutela della caccia. Ma sbaglia anche quella parte della sinistra riformista che, nel linguaggio e negli atteggiamenti, rincorre una visione ideologica e fondamentalista, incapace di distinguere tra caccia sostenibile, bracconaggio, gestione faunistica e propaganda animalista.
Comunque vada, nulla sarà come prima. Anche se la riforma dovesse essere approvata, resterà una ferita. Resterà un clima più ostile, più polarizzato, più difficile da ricomporre. E chi ha davvero a cuore il futuro della caccia dovrebbe esserne profondamente preoccupato. Per questo serve il coraggio di fermarsi. Lo dico alla politica ma anche all’associazionismo venatorio responsabile. Occorre fermarsi e ricominciare da capo. Con una discussione vera, approfondita, trasparente. Con dati, relazioni, audizioni, confronto tra istituzioni, mondo agricolo, ambientalismo responsabile, comunità scientifica e rappresentanze venatorie. La legge 157 va aggiornata, sì. Ma va aggiornata per costruire un nuovo equilibrio, non per vincere una battaglia di parte. Il futuro della caccia non si difende alzando muri. Si difende ricostruendo credibilità, responsabilità e alleanze sociali. Oggi questo futuro appare più incerto. Ed è proprio per questo che chi crede nella caccia sociale e sostenibile deve avere la lucidità di dire che questa strada è sbagliata.
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