Esteri
Trump e Cattelan, due picconatori da prendere sul serio
È il 2019. Maurizio Cattelan espone all’Art Basel Miami Beach “Comedian”, una semplice banana attaccata al muro con un pezzo di nastro adesivo. Un gesto che scatena un dibattito globale. L’artista italiano è, da sempre, un provocatore. Un dissacratore. Oggi Donald Trump fa lo stesso effetto di quella banana. Il confronto è paradossale, quasi grottesco. Due linguaggi diversi, con il medesimo obiettivo di rompere gli schemi, disturbare, costringere a reagire.
Cattelan lo fa nell’arte. Non cerca consenso, lo sabota. Lo aveva già fatto con il dito medio davanti a Palazzo Mezzanotte: un affronto simbolico al potere finanziario, diventato icona proprio perché divisivo. La banana non è un’opera d’arte nel senso tradizionale. È un dispositivo: misura la nostra reazione, smaschera automatismi, mette in crisi l’idea stessa di valore. Trump, nel bene o nel male, agisce allo stesso modo nella politica e nell’economia globale. Non costruisce secondo le regole, le mette sotto stress. Smaschera le fragilità dei protocolli e delle norme. Non è questione di stile o di merito: è una funzione. Quella di picconare convinzioni che, soprattutto in Europa, si erano trasformate in abitudini. Mai dare tutto per scontato. Per anni ci siamo raccontati un mondo più lineare di quanto fosse davvero. Abbiamo scambiato la crescita di alcune aree per convergenza, la cooperazione economica per allineamento politico, le regole per leve sufficienti a orientare mercati e comportamenti. Eravamo certi che la stabilità fosse il terreno migliore su cui competere. Non era così. O, almeno, non lo è più.
Il punto è che mentre queste crepe diventavano evidenti, l’Europa ha scelto di non guardarle. Trump ha alzato il livello dello scontro. Ha reso esplicite le tensioni che covavano da tempo. Ha messo in discussione una casa sicura il cui sistema di allarme e la sentinella fuori dalla porta non erano pagati da noi. Ci ha picconati, spesso in modo scomposto, ma efficace. E noi? Né difesa né contrattacco. Più spesso una reazione burocratica, talvolta morale, raramente strategica. Nel frattempo, altri si muovono nel mondo. Superpotenze affermate, che insistiamo a considerare “in crescita”, e giovani mercati ambiziosi di guadagnarsi una propria posizione ridefiniscono le catene del valore, investono, si attrezzano per un contesto più instabile. L’Europa, invece, resta ancorata all’idea che basti regolare per governare. Ma i mercati non si orientano per decreto. E la competizione non si vince invocando stabilità quando tutto intorno accelera.
È qui che il parallelo Cattelan-Trump smette di essere una provocazione e diventa una chiave di lettura. I picconatori non vanno presi alla lettera, ma sul serio sì. Perché segnalano ciò che non funziona, anche quando lo fanno nel modo più sgradevole possibile. Snobbarli è un errore. Non perché abbiano ragione, ma perché ignorarli significa ignorare il problema che mettono in evidenza. Il mondo non aspetta che l’Europa si convinca a muoversi. E continuare a galleggiare, mentre altri accelerano, non è più un’opzione.
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