Come recita quel detto? «I mobili di don Camillo tutti li vogliono, ma nessuno se li piglia». Ecco, la saggezza popolare è ancora una volta utile a descrivere le condizioni di Napoli. Proprio come i mobili di don Camillo, la città è oggetto delle ambizioni di politici di lungo corso così come di personalità che per la prima volta si avvicinano a una competizione elettorale. Proprio come per i mobili di don Camillo, però, pochi sembrano pronti a mettere in campo non solo se stessi, ma soprattutto alleanze politiche trasparenti e strategie amministrative concrete per il futuro di Napoli. Insomma, dalla città fuggono non solo giovani in cerca di successo o di riscatto sociale, ma anche i possibili candidati a sindaco.

Qualcuno dirà: per forza, scoprire le carte adesso equivale a bruciarsi. Eppure, a Roma, il sindaco Virginia Raggi ha già fatto sapere di puntare alla conferma alla guida del Comune. Dovrà vedersela, molto probabilmente, con l’ex ministro Carlo Calenda che non fa mistero di puntare al Campidoglio. A Milano, invece, il primo cittadino Beppe Sala ha annunciato la ricandidatura perché, sebbene da alcuni settori della politica non siano arrivati i segnali che si augurava di ricevere, mollare proprio in questa fase gli avrebbe dato la sensazione di «scappare». A Napoli succede l’esatto contrario: tutti si dicono disponibili a raccogliere la pesante (anzi, devastante) eredità di Luigi de Magistris, ma nessuno esce allo scoperto, indicando alleanze e programmi, nonostante alle comunali manchi una manciata di mesi. Non esce allo scoperto Catello Maresca, tirato per la giacchetta da ampi settori del centrodestra che puntano su di lui per rilanciarsi dopo la débâcle delle regionali.

Non esce allo scoperto Antonio Bassolino che, a dispetto dell’impegno del suo gruppo di fedelissimi, lascia che la sua volontà di tornare alla guida del Comune si intuisca dai suoi post su Facebook. Non esce allo scoperto il governatore Vincenzo De Luca che, proprio in virtù del consenso raccolto alle regionali, ha la forza per indicare un “proprio” candidato come il ministro Enzo Amendola. Non lo fanno i vari Roberto Fico, Sergio Rastrelli e Gianluigi Cimmino, i cui nomi pure circolano con insistenza. Al momento, l’unica ufficialmente in campo è Alessandra Clemente che, nonostante l’endorsement di Dema, non ha ancora un programma o una coalizione a suo sostegno. Anzi, c’è da augurarsi che il programma dell’assessore non si riduca ai dieci provvedimenti che l’amministrazione arancione è riuscita a far passare con l’approvazione degli emendamenti al bilancio di previsione: a Napoli servono idee concrete e realizzabili, non i soliti conati di demagogia.

Che cosa scatena questa fuga dal Comune? Forse il debito complessivo, lievitato quasi a quattro miliardi di euro? Forse lo sfacelo provocato dal doppio mandato di de Magistris prima e dalla pandemia poi? Tutto è possibile. Certo è che ai candidati, veri o ipotetici che siano, si chiedono innanzitutto coraggio e trasparenza. Non solo nell’amministrare Napoli o ne fare opposizione, ma anche nell’avviare il necessario confronto sul futuro. Altrimenti, dopo dieci anni di vuoto amministrativo, la città dovrà scontare anche un vuoto di idee e di dibattito. E la capitale del Mezzogiorno non se lo può permettere.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.