Poco dopo la Marcia su Roma, Piero Gobetti, sulle colonne della rivista la Rivoluzione Liberale, definiva il fascismo come «autobiografia della nazione» facendo riferimento allo stretto collegamento esistente fra il successo del fascismo e il carattere profondo degli Italiani. L’analisi si è rivelata corretta non solo per le caratteristiche del Ventennio, ma soprattutto per descrivere il tasso di fascismo presente del dna degli italiani (e non solo di loro). Questo è un passaggio importante che ha accompagnato – anche a sinistra – il dibattito sulla natura dei movimenti sovranpopulisti, diffusi nelle grandi democrazie dell’emisfero occidentale e in Europa, addirittura a rischio di vittoria in Italia.

Su questo aspetto si sono confrontate diverse tesi: la prima, prevalente, circoscriveva il fascismo ai regimi che raggiunsero il potere nella prima metà del secolo scorso e alle ‘’succursali’’ da loro aperte senza successo in altre nazioni (in tutta Europa e non solo vi furono partiti che si richiamavano alle teorie nazi-fasciste). Ne deriva, secondo questa tesi, che la situazione politica attuale non può essere paragonata a quella del ‘’fascismo realizzato’’ né i partiti sovranpopulisti possono accostati a quelle esperienze politiche. Quest’analisi condusse l’anno scorso, dopo l’autoaffondamento di Matteo Salvini, alcuni autorevoli intellettuali democratici e storici militanti della sinistra, a condividere la richiesta di elezioni anticipate, nonostante fosse prevedibile una vittoria del centrodestra a trazione neoleghista.

La seconda tesi partiva da un’analisi differente del fascismo, inteso come una questione di valori, che si ripropongono nel tempo, magari con diverse modalità e forme adeguate ai cambiamenti intervenuti nella storia. Ma è pur sempre fascismo quello insito nelle «passioni tristi dell’Europa» messe all’indice da Macron nel discorso alla Sorbona: il nazionalismo, lo sciovinismo, l’identitarismo, il sovranismo e – perché no? – il razzismo. Quando si assumono questi disvalori quali riferimenti della propria azione politica non c’è bisogno di indossare il fez e la camicia nera, prendere d’assalto ed incendiare le Camere del Lavoro o la tipografia de l’Avanti!, usare il ‘’santo manganello’’ o purgare gli avversari con una buona dose di olio di ricino (quando non venivano uccisi nell’indifferenza dei Reali Carabinieri). Come scisse Primo Levi, ogni tempo ha il suo fascismo ed è possibile arrivare a quella situazione estrema «non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine».

Gli argomenti di Levi sono stati ripresi nel saggio Fascismo. Un avvertimento da Madeline Albright già Segretario di Stato di Bill Clinton, e rivolti criticamente alle opposizioni. «Anzichè mobilitarsi – scrive ancora Albright – vanno avanti come se niente fosse, sperando che in futuro le cose migliorino, fino a che un giorno apriranno gli occhi, scosteranno le tende e si ritroveranno in uno Stato semifascista». Tutto ciò perché «il fascismo si nutre di malcontento sociale ed economico, per esempio della convinzione che le persone che stanno al potere ricevano molto di più di quello che meritano, mentre loro non ottengono ciò che gli spetta. L’impressione – prosegue l’ex segretario di Stato – è che oggi tutti abbiano un motivo di malcontento». Ecco perché le persone convinte di questa analisi hanno considerato con attenzione il formarsi di una coalizione giallo-rossa, allineata, nonostante le evidenti difficoltà, con l’Unione europea (questo confine strategico è custodito dal Pd), quale presidio irrinunciabile dello Stato di diritto e di ordinamenti solidali e democratici. È su questo sfondo che si è aperto un dibattito estivo sulla proposta di alcuni consiglieri grillini di Roma di istituire un Museo storico sul regime fascista (Msrf), allo scopo, tra gli altri, di sostenere il turismo.

La prima a dichiararsi contraria – anche per il tipo di turismo che sarebbe sollecitato a visitare il Museo – è stata la sindaca Virginia Raggi, oltre al solito seguito dell’antifascismo militante. Ma in questi giorni vi sono state personalità al di sopra di ogni sospetto che hanno ritenuto utile ed importante una iniziativa siffatta, in nome di una visione complessiva della nostra storia. È certamente, questa, una giusta presa di distanza dalla disperata ed insensata follia iconoclasta che percorre in lungo e in largo l’Occidente, facendo pagare alle statue e ai monumenti le colpe attribuite ‘’ora per allora’’ ai personaggi raffigurati. Ma davvero esiste la necessità di un giudizio storico del fascismo che non sia unilaterale e schematico? La storiografia da Renzo De Felice in poi ha promosso una revisione di quel periodo, approfondendo le ragioni di fondo (non solo il ricorso alla violenza e la connivenza delle istituzioni e del potere economico) che decretarono il successo, l’affermarsi e il consenso del regime, a partire dai gravi errori degli avversari.

Purtroppo, in Italia è presente un antifascismo prigioniero del passato (magari sottovalutando quello di oggi senza camicia nera) al pari del neofascismo che si dichiara esplicitamente. Basti pensare che nella passata legislatura la Camera approvò un progetto di legge (per fortuna lasciato cadere dal Senato) presentato da un deputato colto ed intelligente, come Emanuele Fiano, che se la prendeva soltanto con i riti, i simboli e i gadget del fascismo e del nazionalsocialismo ‘’tedesco’’. Ciò significava – paradossalmente – che sarebbe stato possibile collezionare le cianfrusaglie degli Ustascia croati di Ante Pavelic o della Falange franchista, oppure delle Croci Frecciate ungheresi. E magari anche i simboli della Guardia di ferro rumena o della British Union of Fascists o delle Camice blu irlandesi oppure della Nasjonal Samling norvegese e del Movimento patriottico del popolo in Finlandia. È altrettanto rappresentativa la canea che hanno suscitato i romanzi

storici attraverso i quali Giampaolo Pansa ha tentato di suscitare un minimo di pietas per quanti combatterono la guerra civile dalla parte sbagliata (come affermò Luciano Violante, da presidente della Camera, in un celebre discorso). Tutto ciò premesso, penso che un Msrf – anche se fosse istituito – sarebbe destinato necessariamente a diventare un Museo dell’antifascismo, perché il giudizio su questo pezzo di storia italiana è stato dato ed è irrevocabile. E, quindi, non potrebbe che essere l’antifascismo la premessa culturale del museo. Una Costituzione, che stabilisce l’ordinamento di un Paese, nasce sempre da una rottura radicale e polemica con il suo passato.

Così è stato anche per la Carta del 1948. Nessuno penserebbe di rivedere il giudizio storico sul Risorgimento e l’Unità di Italia, anche se è necessario sfrondarlo da un’agiografia priva di fondamento (Cavour diceva di Mazzini «se lo prendo lo faccio impiccare»; Garibaldi fu ferito dai bersaglieri, ecc.), magari raccontando la oscura verità sulla repressione del c.d. banditismo. E stigmatizzando il trattamento riservato, alla stregua di traditori, ai soldati che avevano combattuto agli ordini degli Stati sovrani preunitari. Ma che senso avrebbe un Museo sul Regno dei Borboni? Magari potrebbe servire a ristabilire una narrazione più oggettiva e meno caricaturale. Il punto di osservazione, tuttavia, non potrebbe che essere quello dell’Unità d’Italia, perché la storia la scrivono sempre i vincitori.