Il quinto anniversario della scomparsa di Giulio Regeni trascorre con il mondo politico impegnato sul fronte della crisi di governo. Un ottimo alibi per la Farnesina, che pressata da una campagna mediatica vibrante – “Richiamare Ambasciatore” figura come hashtag di tendenza del giorno – può fare agevolmente spallucce. E lavarsene le mani, limitandosi a pubblicare sul sito Viaggiaresicuri.it, curato dal Ministero degli Esteri e accessibile dall’interno del sito della Farnesina, qualche paternalistica raccomandazione.

Il sito, sotto l’effige della Repubblica italiana, si rivolge a chi è in procinto di partire per l’Egitto. La scheda-Paese fa riferimento a Giulio Regeni. “Ogni connazionale che si rechi nel Paese per ragioni di turismo, lavoro o studio deve essere pienamente consapevole dei rischi di detenzione o di altre misure coercitive connesse alla partecipazione ad attività politiche o anche soltanto alla partecipazione a discussioni potenzialmente ricollegabili al contesto politico interno, come il brutale omicidio di Giulio Regeni dimostra. (…) Non si può escludere, inoltre, che in caso di fermo di polizia, le autorità locali si riservino di verificare i contenuti di profili social, o su dispositivi mobili, con particolare riguardo a contenuti di carattere politico che possano configurare ipotesi di reato perseguibili con pesanti pene”.

Ad una prima lettura, consigli prudenziali di buon senso. Ma da parte delle istituzioni che dovrebbero rivendicare con orgoglio il lavoro di ricerca svolto a fianco degli ultimi da un giovane italiano brillante e coraggioso com Giulio Regeni, suona un po’ come una ammissione di colpa. “Evitate di fare come Regeni”, sembra leggersi in controluce. E proprio come si scriveva nei bar durante il fascismo: “Vietato parlare di politica”. Un suggerimento vile, se messo nero su bianco da una fonte istituzionale che dovrebbe lavorare per esportare l’educazione alla democrazia nel mondo, piuttosto che raccomandare ai suoi connazionali di adeguarsi al clima locale e obbedire ai dittatori tacendo.

La vicenda si macchia di un ulteriore marchio d’infamia se si pensa a Patrick Zaki, anch’egli detenuto ingiustamente e sottoposto a tortura nelle carceri del Cairo. Migliaia di studenti italiani, a partire da Bologna dove Zaki studiava, hanno promosso mobilitazioni digitali, petizioni online, inondato la Rete di foto, meme, post e tweet. Cosa dovrebbero fare i nostri connazionali in Egitto, cancellarli? Bloccare i mittenti? Svuotare la memoria dei telefonini? Agire come in 1994 di George Orwell, ripulendo preventivamente i nostri device dalle tracce che potrebbero farci sospettare di volere la democrazia, prima che la psicopolizia possa accorgersene?

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.