Con la firma di Palazzo Chigi il lavoro sull’autonomia si sposta anche a Venezia. Le nuove competenze, infatti, non scattano con il voto delle Camere: le norme statali smettono di valere in Veneto quando entrano in vigore le leggi regionali che le sostituiscono, elencate in un allegato all’intesa. Toccherà al Consiglio regionale scriverle, funzione per funzione. Sulla sanità i costi saranno esaminati da una commissione paritetica Stato-Regione, chiamata a riferire al Parlamento e alla Conferenza unificata.

Il banco di prova sarà il personale, perché la facoltà di finanziare assunzioni e prestazioni aggiuntive dipende dalle persone che si riescono a reclutare. Le Case di comunità completate sono 99, oltre il target europeo di 91, finanziate con 135,4 milioni del Pnrr e circa 127 milioni di risorse regionali. Una ricognizione del Nord Est aveva però rilevato che, delle 64 strutture allora attive, solo 3 offrivano tutte le prestazioni previste, e stimava per la sanità regionale una carenza di circa 3.500 medici, oltre 5.000 infermieri e 3.500 operatori socio-sanitari. La Regione ha già messo in campo risorse proprie. L’accordo con i sindacati dei medici di famiglia per la presenza nelle Case di comunità riconosce 60 euro lordi l’ora, contro i 38 dello schema nazionale, legati al raggiungimento di obiettivi regionali. A luglio sono entrati nel sistema 176 nuovi medici di medicina generale, con l’impegno a restare in Veneto almeno tre anni, e le borse per i corsisti sono state raddoppiate con uno stanziamento di 4,5 milioni.

Su questo punto si concentrano anche le preoccupazioni del Sud. Il presidente pugliese teme che l’autonomia possa “sottrarci medici, infermieri e risorse a vantaggio delle Regioni più ricche”, un rischio che Puglia e Campania avevano già indicato nei pareri di aprile e che l’Upb invita a governare con meccanismi di sostegno alle Regioni in difficoltà. Per il Veneto molto dipenderà dalla manovra: dal tetto nazionale alla spesa di personale e dal destino del bollo.