Dal vertice di Villa Grande il centrodestra fa un piccolo passo avanti – candida Berlusconi al Quirinale – che però non sblocca la situazione visto che il Cavaliere non scioglie la riserva e continua a cercare il Magic Number di 505 voti. Mentre il calendario corre velocemente verso il 24 gennaio e il mercato comincia a far pervenire sinistri segnali di speculazione nel caso l’Italia desse il pessimo segnale di non saper eleggere il suo tredicesimo Presidente della Repubblica, occhi e orecchie adesso si spostano sull’assemblea del Pd che stamani dovrà dire e fare qualcosa.

Perché se è vero che il centrodestra parte da 451 voti “sicuri” – il centrosinistra, M5s compresi, parte da 405 – e quindi ha la responsabilità della prima mossa, è altrettanto vero che qualcuno deve muovere lo scacchiere. «È più facile che lo faccia Matteo Renzi che noi – dicono fonti Pd – il leader di Iv è maestro di tattiche, un po’ meno forse di strategie valide sul medio e lungo periodo». Su tutto questo, ed è la notizia a cui si aggrappano tutti gli italiani di buona volontà, aleggiano le parole pronunciate da Gianni Letta giovedì. L’ex sottosegretario alla Presidenza dei governi Berlusconi, presente ieri al vertice di Villa Grande, ha auspicato che «il clima sentito in Parlamento nel ricordo di David (Sassoli, ndr), un clima di desiderio di contribuire a guardare gli interessi del Paese e non alle differenze di parte, sia anche il clima che porta i grandi elettori a votare per il Presidente della Repubblica. Sarebbe una grandissima lezione» ha detto Letta. Uno che parla poco e, quando lo fa, manda messaggi inequivocabili in passaggi difficili della vita politica nazionale.

Ieri mattina, prima dei funerali di Stato di David Sassoli, Letta è stato ricevuto a palazzo Chigi da Antonio Funiciello, Capo di gabinetto del premier Draghi. Non è dato avere conferme ufficiali su un faccia a faccia tra i due. Anzi, Palazzo Chigi si è affrettato a dire che Draghi era in quel momento fuori dalla sede del governo. Di sicuro entrambi – Letta e Draghi – hanno dato in questi giorni lo stesso messaggio: serve un clima di unità nazionale, condiviso e partecipe, per eleggere il Capo dello Stato. Un Presidente eletto da una parte, seppure maggioranza, dell’assemblea sarebbe un handicap pesante per le sfide che deve affrontare l’Italia. «Spero in un clima di serena partecipazione» ha ripetuto ieri Letta a margine dei funerali di Stato. «Il clima di serenità per la valutazione degli interessi e del bene comune prima di ogni altra cosa deve essere la guida per ognuno di quelli che hanno la responsabilità, il compito e il dovere di eleggere il nuovo Capo dello Stato».

Il vertice di Villa Grande è durato circa quattro ore. Una lunga colazione con menu ricco a base di melanzane alla parmigiana, branzino al forno, calamari alla griglia e contorno di carciofi. Alla fine un comunicato che fa un piccolo passo avanti perché candida il Cavaliere al Quirinale ma non certo risolutivo. I leader presenti – Berlusconi, Salvini, Meloni, Lupi, Cesa, Brugnaro – ribadiscono «la compattezza e l’unità di intenti del centrodestra», oggi e domani anche per la scelta del nuovo Capo dello Stato che deve «garantire l’autorevolezza, l’equilibrio, il prestigio internazionale di chi ha la responsabilità di rappresentare l’unità della Nazione». Il centrodestra, si legge, che «rappresenta la maggioranza relativa nell’assemblea chiamata ad eleggere il nuovo Capo dello Stato, ha il diritto e il dovere di proporre la candidatura al massimo vertice delle Istituzioni».

I leader della coalizione hanno convenuto che «questa figura sia Silvio Berlusconi per l’autorevolezza e l’esperienza che il Paese merita e che gli italiani si attendono». Fatte tutte queste premesse, chiedono di «sciogliere in senso favorevole la riserva fin qui mantenuta». Da parte loro, s’impegnano per «trovare le più ampie convergenze in Parlamento». E siccome il Covid incombe nella nostra quotidianità e rischia di essere il convitato di pietra dell’elezione (il quorum cambia anche se ci dovessero essere molti assenti) ai Presidenti di Camera e Senato i leader del centrodestra chiedono di «assumere tutte le iniziative atte a garantire per tutti i 1009 grandi elettori l’esercizio del diritto costituzionale al voto». Al di là dei comunicati ufficiali, ambienti di Lega e Fratelli d’Italia (presente a Villa Grande anche Ignazio La Russa) hanno liquidato il vertice con commenti taglienti: «Continua la fiera delle ipocrisie. Dove sono i 505 voti?». Vittorio Sgarbi, nel ruolo di “acchiappa-farfalle”, cioè voti, per il Cavaliere, ieri ha aggiornato il pallottoliere: «Oggi ho trovato quindici voti». Saranno anche i leader del cdx a verificare nella prossima settimana i numeri per il Cav.

A conferma che le cose non stanno come appaiono, Salvini e Meloni hanno voluto fare una postilla al comunicato ufficiale. Circa tre ore dopo la fine del vertice, hanno veicolato un dettaglio che è sostanza: «I leader del centrodestra si sono impegnati a non modificare le legge elettorale in senso proporzionale». È la prova che la tela di ragno del Cavaliere tiene impigliati i due giovani leader: senza Forza Italia, cioè un partito liberal ed europeista, nessuno di loro può ambire a guidare l’Italia; al tempo stesso, Berlusconi ha le armi per tenere legati i due “giovani allievi” perché una legge proporzionale sarebbe la fine della coalizione di centrodestra. Dunque stallo era e stallo resta. A questo punto gli occhi sono puntati sul Pd. Che potrebbe lavorare a quel Piano B che Salvini e Meloni chiedono ma a cui non possono lavorare perché vorrebbe dire depotenziare il Piano A del Cavaliere (tentare di essere eletto alla quarta votazione). Potrebbe essere Enrico Letta a fare il nome o la rosa di nomi di possibili candidati di area centrodestra ma non divisivi e a cui neppure Salvini, Meloni e lo stesso Berlusconi non potrebbero dire no.

«Ma noi abbiano anche un’altra strada – ragiona una fonte del Nazareno – aspettare che il centrodestra si massacri con le sue mani. Che poi è quello che loro fecero con noi nel 2013 quando Bersani non capi la trappola in cui stavano cadendo. Quei 101 voti che mancarono per Prodi erano di figli di tante faide e non certo di una sola». Il Pd vanta la cattedra in una materia molto specifica, «come si fa un congresso nelle urne presidenziali. Successe poi nel 2013. Potremmo condurre le cose perché questa vita sia il loro turno». Non è esattamente un clima di concordia nazionale. Vedremo. Le castagne dal fuoco potrebbero toglierle ancora una volta Italia viva e Matteo Renzi. Potrebbe uscire da loro il nome che mette tutti d’accordo e lascia nudo il piano del Cavaliere. Ieri sera il leader di IV ha incontrato i suoi gruppi parlamentari. La riunione è andata in diretta su RadioLeopolda, un buon punto di osservazione per seguire le fasi del romanzo Quirinale.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.