Pronti-attenti-via, adesso si fa sul serio. La melina è finita e la tattiche lasciano il tempo che trovano. Stamani il presidente della Camera Roberto Fico comunicherà, con due lettere al capo dello Stato e ai presidenti di regione, la data della prima convocazione delle urne presidenziali. Un secondo dopo inizia la “gara”, quella vera, senza pietà. Le avvisaglie ci sono già state. La durezza di certe uscite delle ultime ore, una per tutte quella di Massimo D’Alema contro il renzismo definito “malattia” e contro Draghi, ci dicono quanto sia cruciale questo passaggio. Per il Paese molto più che per la legislatura.

Sulla scelta della data pesano molti fattori esterni legati alla diffusione della pandemia. E anche, seppur non esplicitati, alcuni accorgimenti che potrebbero favorire alcune soluzioni. Cominciamo dai primi. Su 1008 Grandi Elettori (314 senatori, sei senatori a vita, 630 deputati e 58 delegati regionali, tre per ogni regione), al momento ce ne sono una quarantina in isolamento, o perché contagiati o perché contatti stretti da contagio. Le curve pandemiche dicono che intorno al 20 gennaio ci sarà il picco. È possibile dunque che si arrivi anche a un centinaio di Grandi Elettori impossibilitati a partecipare alle votazioni. Nessun problema però visto che il quorum, nonostante le assenze, non cambierà: serviranno 673 voti per diventare presidente della Repubblica nelle prime tre votazioni; ne basteranno 505 dalla quarta in poi. I questori della Camera (Gregorio Fontana, Francesco D’Uva e Edmondo Cirielli) hanno già fatto capire che si andrà verso una sola chiama al giorno, con ingressi contingentati in ordine alfabetico e per fasce orarie in modo da non superare le duecento presenze in aula per ogni turno.

Organizzare il voto con una chiama al giorno apre almeno una singolare ipotesi. Sembra escluso che si inizi prima del 24 gennaio (la settimana precedente, quella che inizia il 17, la Camera è impegnata nella conversione di alcuni importanti decreti). Se per motivi legati al calendario – ad esempio se la conversione scivolasse alla settimana dopo – la seduta comune per l’elezione del Capo dello stato potrebbe slittare anche al 25 o al 26 gennaio. Sono questi i tre giorni segnati in rosso. Ora però conviene spostare un attimo lo sguardo. E andare sulla Corte costituzionale dove il 28 mattina, cioè venerdì, la Consulta eleggerà il suo nuovo Presidente. Che al 99 per cento sarà Giuliano Amato, uno dei papabili anche per la successione di Mattarella. Che c’entra, direte voi? C’entra eccome. Perché una volta che Amato presiede la Consulta, può a maggior ragione diventare presidente della Repubblica. Tra il palazzo della Consulta e il portone del Quirinale sono meno di cento passi. Quasi uno la continuazione dell’altro. Amato non potrebbe mai avere la maggioranza dei 2/3 (necessaria nelle prima tre votazioni) ma passati i primi tre giorni di votazioni e se la quarta votazione fosse prevista il 29 gennaio, lo schema andrebbe a dama. Ecco perché diventa importante capire se la prima chiama sarà prevista il 24 gennaio o il 26: quest’ultima data potrebbe favorire l’elezione di Amato.

Questo è il “pensiero sulfureo” che stanno facendo in Parlamento i tifosi del mantenimento dello status quo, Draghi a Chigi e Mattarella al Colle. Che sono anche i nemici di SuperMario al Quirinale, chi per motivi più nobili – “senza il ticket Mattarella-Draghi andiamo a sbattere e la legislatura finisce il giorno dopo” – e altri assai meno nobili: o hanno un candidato intoccabile – è il caso di Berlusconi e del centrodestra – o non amano la delega quasi in bianco al banchiere Mario Draghi. È il caso di Massimo D’Alema e della sinistra Pd e Leu e di un pezzo dei 5 Stelle. Molti si stanno interrogando sui motivi reali dell’intervento a gamba tesa di D’Alema. Posto che l’ex presidente del Consiglio è uno che non parla a vanvera e che mai gli scappa detto qualcosa, troppi osservatori si sono concentrati sulla prima parte del suo “casuale” discorso: quella in cui attacca “il renzismo come malattia da cui il Pd è finalmente guarito”. I tempi sono quindi maturi per un ritorno a casa della “Ditta”, i vecchi Ds che nel 2017 se andarono in Articolo Uno. Fin qui la sparata a Letta che sta nel guado del campo largo da Leu al centro ai 5 stelle compresi. E le parole rozze verso una comunità, il Pd, che D’Alema non ha mai amato né riconosciuto e che ha eletto Matteo Renzi segretario per ben due volte.

Ma c’è una seconda parte del discorso di D’Alema che è stata un po’ sottovalutata. È quella in cui parla di Draghi. «L’idea – ha detto D’Alema – che il premier si auto-elegge Capo dello Stato e nomina al suo posto un alto funzionario del ministero dell’Economia mi pare non adeguata per un grande Paese democratico come l’Italia, con tutto il rispetto per le persone». E poi: «Non mi impressiona che abbiamo al governo Draghi, che è una condizione di necessità, ma il tipo di campagna culturale che accompagna questa operazione, sulla necessità di sospendere la democrazia e di affidarsi a un potere che altro non è se non il potere della grande finanza internazionale». Quindi, per D’Alema la scelta del nuovo presidente della Repubblica deve essere l’occasione per “un ritorno in campo della politica”, con “una soluzione di compromesso che, inevitabilmente, non potrà non coinvolgere un ampio campo”. Se si ricorda, sono gli stessi concetti espressi da Goffredo Bettini prima di Natale in un editoriale pubblicato su Il Foglio. Unendo i puntini, diventa chiara la figura: c’è un pezzo di Pd, quello più a sinistra, che non vuole Draghi e chiede “il ritorno della politica”. Maliziosamente si potrebbe ipotizzare anche per occuparsi dei 220 miliardi del Pnrr che Mario Draghi ha ottenuto, avviato e fatto partire. Con questo pezzo di Pd si alleano Leu e anche Giuseppe Conte che non vede l’ora di levarsi di torno la figura di Supermario.

Ora, chi è che guasta questa scena? Per l’appunto Enrico Letta che invece ha da sempre come prima opzione la promozione di Draghi al Colle. Per quanto Letta, Speranza e Conte abbiano stretto un patto (a casa Speranza, tra Natale e Capodanno) per marciare uniti in questo passaggio, D’Alema sa bene che Conte non controlla i suoi gruppi parlamentari che ieri sera si sono espressi in netta maggioranza per un bis di Mattarella. Così come Letta, del resto, non controlla bene i suoi. Insomma, l’intervento di D’Alema ha illuminato il caos e l’indecisione nel Pd. Almeno fino al 13 gennaio quando il segretario ha convocato Direzione e gruppi parlamentari. La situazione però non è certo migliore nel centrodestra. Fonti della Lega sono solerti nel far sapere che Matteo Salvini è “riservatamente al lavoro” per organizzare un incontro con gli altri leader delle forze politiche. “Macché-macché”, filtra dal Nazareno. “Riservatamente o meno, finché il centrodestra non scioglierà il nodo Berlusconi è evidente che è tutto congelato”. Il tema è sempre lo stesso: “A oggi Lega, Forza Italia e FdI hanno già un candidato, ed è Silvio Berlusconi. Ed è impossibile fare una trattativa con chi ha deciso già il proprio candidato. Se invece non è così, devono chiarire senza sotterfugi”.

Di sicuro non è sfuggito che Mattarella, nel suo discorso di fine anno oltre a ribadire il suo addio al Quirinale ha tracciato una sorta di identikit del successore, un profilo super partes, «capace di spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico solo del bene comune». Non coincide con la figura di Berlusconi. Che infatti è stato tra i pochi a non commentare. E, anzi, a fare un proprio discorso di fine anno, un messaggio di auguri agli italiani senza un solo accenno a Mattarella e al settennato che si chiude. Berlusconi è convinto di raccogliere dalla quarta votazione in poi (dove serviranno “solo” 505 voti) il necessario per coronare il suo sogno: 414 li avrebbe già in tasca, gli altri cento sarebbero il frutto del lavoro di queste ore. I giochi sono ancora tutti da fare. Da oggi avremo la data, la prima cosa certa.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.