Anche oggi molte attese andranno deluse. Da Villa Grande non arriveranno i segnali che i “giovani allievi” alleati Salvini e Meloni chiedono all’anziano “professore” Silvio Berlusconi. La candidatura resterà un “sogno”, un “desiderio” fino alla quarta votazione, fino al 27 gennaio quando il Cavaliere avrà a disposizione l’unico slot per tentare il colpo della vita: diventare Presidente della Repubblica. Solo quel giorno scioglierà la riserva. Solo quel giorno può tentare di raccogliere la semina fatta in questi mesi e settimane e arrivare ai 505 voti necessari per diventare Capo dello Stato. Ha una sola chance e se la vuole giocare, Silvio Berlusconi.

Senza sentire di Piani B e C, di kingmaker e rose di nomi, di no ideologici e opportunità. Anzi, anche la storia del “governo dei leader” e quella del “avanti comunque anche senza Draghi alla guida del governo” non gli sono piaciute. Le ha lette come segnali di insofferenza da parte di Matteo Salvini. Così come non gli è piaciuto che ieri mattina Giorgia Meloni abbia voluto mettere a suo modo un altro aut aut. «Guai a chi sta pensando di tirare fuori dal cassetto una legge elettorale di tipo proporzionale, non sono questi gli accordi. Io garantisco sulla compattezza dei miei voti ma esigo eguale correttezza dai miei alleati». La legge proporzionale, l’arma di fine mondo che a Villa Grande si fa balenare tra un incontro e l’altro, sarebbe la fine del centrodestra come coalizione. E, come sa bene il Cavaliere, anche la fine del sogno di Salvini e Meloni di guidare il Paese grazie alla “credibilità” anche europea che al centro destra deriva dalla presenza in coalizione di una forza liberal ed europeista come Forza Italia.

E insomma, il vertice di oggi a Villa Grande servirà a mettere questo in evidenza: alla quarta votazione, il 27 gennaio, il Cavaliere, che ritiene non a torto di aver tenuto a battesimo politicamente i due giovani leader, pretende la prova-fedeltà dai suoi e dai suoi alleati. Vuole sfidare il fuoco amico. Poi tutto dipenderà da quei cento voti mancanti per arrivare a 505 (il quorum dalla quarta votazione in poi) che Berlusconi sostiene di avere ma di cui non avrebbe finora fornito la prova. Cosa che nessuno potrebbe fare. Ed è anche ingenuo, o provocatorio, che Meloni e Salvini glielo chiedano. Ma il Piano di Berlusconi è solo questo, è un Piano A, provarci, pretende fedeltà altrimenti distrugge tutto. O quasi. L’aut -aut di Meloni ieri mattina sul proporzionale in una conferenza stampa sulla Bolkestein e i balneari, è un’arma spuntata e un’ammissione di debolezza: Fratelli d’Italia da sola non potrà mai governare il paese. Da qui anche un certo nervosismo della leader di Fdi con i giornalisti presenti: «Talvolta potreste applaudire anche me e non solo Draghi visto che rispondo alle vostre domande…». Così come mostra un certo nervosismo Salvini quando assicura che «la Lega resterà al governo in ogni caso, sia che Draghi resti premier sia che salga al Quirinale».

È un warning a chi, certamente nel Pd e tra i 5 Stelle, ipotizza governi con maggioranze Ursula la proposta di volere «un governo dei leader politici» in modo che una volta tutti dentro, ciascuno poi si assuma la responsabilità di mandare avanti l’azione dell’esecutivo in un anno, il 2022, che «sarà molto complicato e non solo per la pandemia ma per l’inflazione e il caro energia che sta mangiando la crescita degli ultimi mesi». Berlusconi ha capito tutto questo. E sta come il ragno al centro della tela che tiene tutti bloccati. «Il vertice di domani – spiegava ieri Lorenzo Cesa dopo aver sentito il Cavaliere al telefono – servirà a capire come allargare il campo, ovvero come proporre la candidatura di Berlusconi al Colle al di fuori del perimetro del centrodestra». Se Draghi va al Colle, il governo cade, va ripetendo l’ex premier a chi lo sente, convinto che la paura di andare al voto e di perdere la poltrona prevarrà su tutto. «E proprio perché è sicuro che l’ex governatore di Bankitalia resterà a palazzo Chigi, Berlusconi non lo considera un antagonista e tira dritto per la sua strada» ha confidato Vittorio Sgarbi che da oltre una settimana gli sta facendo da ‘telefonista’ nell’attività di scouting parlamentare specialmente tra i 114 del Misto e tra i Cinque stelle.

La speranza che nei prossimi giorni qualcosa possa ancora cambiare, in meglio perché in peggio è difficile, la si trova solo nelle parole pronunciate da Gianni Letta, uno dei pochi che ancora il Cavaliere ascolta insieme a Confalonieri. «Se il clima sentito in Parlamento nel ricordo di David. (Sassoli, ndr) – ha detto dopo essere stato alla camera ardente del Presidente del Parlamento Ue – un clima di desiderio di contribuire a guardare gli interessi del Paese e non alle differenze di parte, fosse quello che porta i grandi elettori a votare per il Presidente della Repubblica, sarebbe una grandissima lezione». Frasi su cui si è trovato d’accordo Matteo Renzi, altro battitore libero nella partita quirinalizia. Il Pd intanto osserva, scruta e aspetta. Anche troppo, forse. La Direzione e l’assemblea dei parlamentari sono convocate per sabato. Anche qui, è difficile che esca fuori qualcosa di nuovo. Tra i dem si continua a guardare anche a Mattarella. Ma il Capo dello Stato sarebbe irremovibile nel suo No all’ipotesi del bis.

Le uniche fiche in mano al Nazareno, in questo momento almeno, sono Draghi e Mattarella. Ed è alto il rischio di restare spiazzati, tra la quarta e la quinta votazione, da una proposta del centro destra a cui i dem non possono dire no restando alla fine spettatori della partita. Anche il tentativo di rispondere ai piani di Berlusconi con l’idea di uscire dall’aula per smascherare doppiogiochisti e franchi tiratori ha provocato una mezza rivolta nei gruppi parlamentari, in prima fila gli ex renziani ma sostenuta anche da Luigi Zanda e sotto sotto dagli orlandiani.

La tela del ragno Berlusconi funziona benissimo. Più di un grande elettore pensa che l’elezione del Presidente della Repubblica in realtà cominci dal 27 gennaio, quando il leader di Forza Italia avrà fatto un passo indietro perché non avrà raggiunto i 505 voti. Da quella votazione in poi, si svilupperebbe un inevitabile pantano dal quale potrebbe emergere, intorno alla settima votazione, il nome decisivo. Per molti quel nome decisivo non può che essere quello di Mario Draghi, invocato come salvatore della Patria, di fronte all’incapacità dei partiti a trovare una soluzione alternativa. In queste ore intanto è tornata a crescere l’anticamera di Matteo Renzi: in tanti, tra le fila del Pd, aspettano da lui la soluzione del rebus.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.