Una vita nel sindacato, nella Cgil, della quale è stato segretario generale dal giugno 1994 al settembre 2002. E poi una esperienza da primo cittadino di una città importante come Bologna, di cui è stato sindaco dal giugno 2004 al giugno 2009. E poi europarlamentare dal giugno 2009 al 1° luglio 2019. In sintesi, Sergio Cofferati. Con lui Il Riformista prosegue il dibattito aperto dall’articolo di Michele Prospero. Nel giorno della scomparsa di David Sassoli con cui da parlamentare europeo, Cofferati ha condiviso dieci anni di lavoro. Il suo ricordo.

Michele Prospero in un articolo su questo giornale ha caldeggiato Mario Draghi alla testa di un nuovo schieramento di sinistra. Di parere opposto si è dichiarato Fausto Bertinotti. Lei come la vede?
È una ipotesi generosa ma irrealizzabile. Draghi è una persona di alto profilo con una storia personale che ha pochi imitatori nel mondo dell’economia, in Europa oltre che in Italia. Però nella sua attività, anche nei momenti più difficili, non ha mai utilizzato un approccio “politico”. Ha guardato molto al merito ma prescindendo da quale potesse essere il collegamento di quel merito con la rappresentanza politica, con una idea, una visione politica di quello che ci stava intorno. Che possa diventare il capo di un soggetto politico oggi, dopo un lungo e bellissimo cammino come quello che ha fatto, mi pare oggettivamente improponibile. Mi lasci aggiungere che la proposta che viene avanzata è la conferma di una cosa che angoscia…

Vale a dire?
Non abbiamo oggi in campo figure che abbiano una vasta credibilità come quella che ha Mario Draghi e che possano essere considerate come frutto di una storia e di una pratica di sinistra. Con tutto il rispetto e la simpatia per Draghi, non mi pare che quello evocato da Prospero possa essere il contributo che lui può dare alla sinistra. Una sinistra peraltro in grandissima sofferenza.

In molti fanno riferimento alla “agenda Draghi” ma in pochi entrano nel merito. Sul piano sociale, guardando anche al Pnrr, che tratti ha, a suo avviso, questa “agenda”?
È difficile da dire perché è annunciata ma mai esplicitata. Noi parliamo di sinistra. Secondo me ci sono molte risorse a disposizione e la sinistra quelle risorse dovrebbe cercare di usarle per fare cose precise…

L’“agenda Cofferati”. Quali sarebbero queste cose da realizzare?
Ci vuole una crescita economica che garantisca il Paese o la comunità di riferimento. E il riferimento nel caso nostro è addirittura l’Europa. Questa crescita economica dovrebbe essere accompagnata da uno sviluppo quantitativo e qualitativo del lavoro, che dia la possibilità alle persone, attraverso una redistribuzione che dev’essere equa, di vivere “meglio”. Questo vuol dire che occorre partire nell’utilizzo delle risorse da quello che c’è e provare a cambiarlo in meglio. Dico da quello che c’è perché non tutti i Paesi hanno la stessa condizione. Ci sono Paesi nei quali la produzione, che è il fondamento dell’economia, e la distribuzione, che è il suo parallelo, sono molto differenti. Ci sono storie manifatturiere molto radicate in alcuni Paesi e in altri c’è una storia di attività agricole più radicate. Ognuno di questi settori ha poi bisogno di una crescita sul versante della conoscenza e dell’informazione. Noi che cosa vogliamo diventare? Non lo si dice. Si pensi alla fase di grande trasformazione nel secondo dopoguerra. Eravamo un Paese agricolo, siamo diventati un Paese industriale, prevalentemente manifatturiero. Adesso bisognerebbe dare qualità alla manifattura attraverso l’innovazione e uno sviluppo profondo della tecnologia, il che vuol dire conoscenza. Per fare alcuni riferimenti. Quanto si vuole spendere per la ricerca e l’innovazione? In quale direzione vogliamo muoverci e per far crescere che cosa? Materie prime rinnovate, ad esempio l’acciaio, oppure si vuole insistere sulla fase parallela o addirittura successiva, come è quella dell’uso delle materie prime e della loro trasformazione per oggetti di beni di consumo? Queste scelte non sono oggetto della discussione. Tant’è che ci sono addirittura alcuni ministri che hanno queste funzioni nel governo Draghi, che non si sentono… E questo è abbastanza impressionante. Io credo che discutere di cosa fare delle risorse del Pnrr dovrebbe essere la seconda priorità assoluta, subito dopo l’uscita dal Covid. Il Governo deve avere una sua idea ben precisa e condizionare la distribuzione delle risorse all’accettazione di questa idea. Pensiamo alla nostra conformazione geografica e territoriale, e a quanto valgano il mare e i porti per noi, e come sia importante il trasferimento da nord a sud delle persone e delle cose in un Paese lungo e stretto. E i collegamenti di questa rete con quella più larga che riguarda l’Europa. Siamo un Paese che ha delle strettoie e dei condizionamenti sul piano della mobilità enormi che poi influenzano la logistica. Non è un caso che poi una parte preponderante dell’attività di logistica sia dislocata in alcune aree mentre in altre non ve ne sia traccia. Tutto questo ha un presupposto…

Quale?
La conoscenza. Se tu vuoi innovare, dunque crescere competendo con gli altri, se vuoi puntare sulla qualità com’è indispensabile, allora il primo punto dal quale partire è la conoscenza. Scuola e ricerca. E tu devi dire alle aziende: io ti do se tu investi in questi campi strategici. Non è che noi siamo condannati a vivere per sempre con una struttura manifatturiera. Possiamo anche ridimensionare la manifattura e puntare su altre attività, purché ci sia una idea e i soggetti che chiedono di utilizzare le risorse a disposizione rispettino quell’idea. Su questo purtroppo non ci siamo ancora. Ed è un limite e una responsabilità molto grande del Governo e, allo stesso modo, è un limite e una responsabilità delle forze politiche. La destra punta a mantenere vantaggi a quelli che ci sono, la pura conservazione. La sinistra non ha un modello competitivo. O se ce l’ha non lo fa sapere.

Massima D’Alema ha sostenuto, scatenando un ginepraio di polemiche, che la fase renziana del Partito democratico è come “una malattia che fortunatamente è guarita da sola”. E questo giustificherebbe un rientro nel Pd “derenzizzato”. Lei che ne pensa?
Io penso che in un Partito le persone ci stanno, s’identificano, lo sostengono, se ne condividono gli ideali e la proposta politica. Non è che ignori l’importanza del gruppo dirigente, delle persone, delle loro capacità di proporre, di coinvolgere, la loro empatia. Contano tutte, però io sto in un Partito se trovo condivisibili i suoi ideali e la sua linea politica. Il tema per la sinistra, in Europa e in Italia, è oggi il seguente: dopo questo dramma epocale, la sinistra quale Europa vuole. E quale Italia vorrebbe veder realizzata. Se penso all’Europa, ad esempio, io credo che sia prioritario in assoluto la riscrittura dei Trattati. Con quelli attuali, che impongono la unanimità su grandi temi, si pensi alla politica fiscale che è la leva fondamentale per la politica economica, una Europa in grado di fare cose risolutive da sola, non c’è. E la sinistra, secondo me, dovrebbe cominciare da lì. Superare gli sbarramenti attuali e proporre una ridefinizione delle modalità con le quali si sta insieme in Europa, considerando questo risolutivo, la base di qualsiasi ipotesi europeista…

E in casa nostra?
C’è su tutti il tema crescita-competizione-lavoro-eguaglianza. Che è fatta di condizioni materiali e di diritti. Io vorrei nella sinistra sentir parlare e fare l’estensione dello Statuto dei lavoratori. Una legge straordinaria che ovviamente cinquant’anni fa non poteva coprire quelli che sarebbero stati i molti e radicali cambiamenti nel mondo del lavoro. È arrivato il momento di dare a tante figure che ci sono e che non sono protette, le protezioni necessarie. Tornando a D’Alema. Io credo che ci sia un problema a sinistra: quello di costruire un fronte largo, cosa che per fortuna vedo che convince molti. Ma il fronte non deve essere costruito sulla base di una opportunità strumentale. Il fronte deve essere costruito sulla base di un progetto condiviso. Questa cosa delle agorà è interessante. Però ci sono due problemi: uno, è che non c’è una proposta di merito sui singoli capitoli dei quali discutere. È una discussione molto libera ma senza un punto di partenza. L’altro limite, è che non si dice, ammesso che qualcuno abbia una idea precisa in testa, come questo confronto debba concludersi. Per quale fine. La cosa che le attuali forze della sinistra, a mio modesto avviso, dovrebbero provare a fare, è questa: promuovere un confronto di merito che parta da una identità, da valori che sono quelli storici, che andrebbero accentuati e non attenuati, e step by step, passare dai valori alle azioni concrete che danno senso e contenuto a questi valori. Oggi la sinistra, nel suo insieme, non è in grado di parlare adeguatamente alle persone più deboli, a quelle che stanno male, che sono escluse dal lavoro e non vedono riconosciuti i loro diritti. Cent’anni fa quello era il nostro riferimento principale. Ed oggi?

Lei ha molto sottolineato la dimensione europeista di un progetto di cambiamento della sinistra. Oggi piangiamo la scomparsa di un grande europeista: David Sassoli. Un suo ricordo.
Con David abbiamo condiviso dieci anni di lavoro al Parlamento europeo, siamo entrati insieme. Sul piano personale era una bella persona, leale, sincera, cordiale nei rapporti. Sul piano politico, è stato un il punto di coagulo di sensibilità diverse che ha saputo mettere insieme riducendo progressivamente i conflitti iniziali che esistevano anche nel gruppo Socialista. Mi spiace moltissimo, per i rapporti che avevamo e perché queste caratteristiche sono servite molto sia alla sua area politica che complessivamente al Parlamento europeo perché il comportamento del presidente poi stimola imitazioni che in questo caso erano tutte positive.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.