Con il cancelliere Scholz ha tracciato i confini di una collaborazione di lungo respiro: il nuovo Patto Roma- Berlino, la “flessibilità” delle regole europee del Patto di stabilità, la lotta contro la pandemia. Con i sindacati, Cgil, Cisl e Uil, ha avviato il tavolo per la riforma delle pensioni. Come promesso. Non era scontato che succedesse dopo la forzatura dello sciopero generale. Ma non sarà Draghi a seguire il tavolo.

Sono stati invece delegati il sottosegretario Garofoli, il consigliere Leonardi e i ministri Brunetta, Orlando e Franco. Poi è salito al Quirinale, con tutte le più alte cariche istituzionali. E ha guardato in faccia Mattarella pensando, oppure no, che il prossimo anno potrebbe toccare a lui la lunga cerimonia di saluti e ringraziamenti che si svolge durante le feste natalizie. «È stato un anno di lavoro intenso e io sono qui a tracciare il bilancio positivo di questi mesi – ha esordito il capo dello Stato – Abbiamo alzato la protezione dei cittadini, rimesso in moto l’economia. Tutto questo è stato frutto di scelte coraggiose e comportamenti eccezionali e responsabili, della collaborazione tra istituzioni e cittadini». Ancora molto è da fare e «la normalità non sarà mai il ritorno al mondo di prima».

Insomma, un’altra giornata ad alta concentrazione di eventi, messaggi, contatti, metamessaggi e meta indizi. Ma i cronisti rabdomanti sono rimasti ancora una volta sprovvisti di indizi certi che possano risolvere il rebus Quirinale. Draghi è abile nei “depistaggi”, si deve anche “divertire”. Pensate che ieri nel punto stampa con il cancelliere Scholz ha detto: «Io non sono pratico di pareggio di bilancio, non è la mia specialità». Un paradosso pur di evitare una risposta scivolosa. Nella sala dei Galeoni è scoppiata una risata. Persino il teutonico Scholz ha dovuto sorridere. E smentire: «Non è assolutamente vero. L’Italia deve essere fiera di avere un presidente del Consiglio così capace e ascoltato in tutta Europa». Comunque gli indizi di giornata sulla nota faccenda – Draghi va al Quirinale, sì o no – alla fine possiamo dire che si equilibrano. Se l’agenda del premier è così densa che risulta difficile pensare a un passaggio di mano nel giro di un mese, dal tavolo sulle pensioni con i sindacati i più attenti riflettono sul fatto che non sarà il premier a guidare la trattativa. Un mesetto fa aveva lasciato intendere che ci sarebbe stato lui, Draghi, in primavera a gestire il tavolo.

Il bilaterale con Scholz alla fine è andato meglio delle attese della vigilia. I due leader lavorano a un “Piano di azione” che è difficile ora dire che forma prenderà. Di sicuro è qualcosa che segue il Patto Italia-Francia firmato al Quirinale a fine novembre, un vero e proprio piano di cooperazione con Parigi che, per quanto Germania- Francia ne abbiano già uno uguale (Patto di Acquisgrana), ha subito indotto i tedeschi a fare qualcosa del genere anche con Roma. Il rischio di restare fuori dall’asse Roma-Parigi non deve piacere a Scholz. Che s’è presentato a Roma con un nuovo accordo per “affrontare insieme le grandi sfide europee” e per “rafforzare la cooperazione in ambito scientifico, tecnologico, della ricerca”. Transizione ecologica, transizione digitale, materie prime, fonti di energie: l’Europa è rimasta troppo indietro e ora deve fare passi avanti. Il convitato di pietra del colloquio è stato il patto di Stabilità: sospeso con la pandemia, cosa-come-quando tornerà in vigore? Prevarrà la linea del rigore o della flessibilità? Scholz non ha chiuso le porte. Anzi.

In Europa il «Patto di stabilità in passato ha sempre dimostrato grande flessibilità e questo lo vediamo anche ora, con gli oltre 700 miliardi messi a disposizione» per il Next Generation Eu. Il punto chiave secondo il Cancelliere è «agire in futuro nella cornice di flessibilità rivelatasi reale». Insomma non un ritorno al passato. Ma neppure criteri nuovi, sembra di capire. Il tema è di quelli dirimenti. Riguarda oggi e soprattutto domani. Coinvolge sicuramente il premier ma anche il presidente della Repubblica. «Qualunque sarà il destino del presidente Draghi, lui sa bene che più si porta in avanti con il lavoro e meglio è», sottolinea una fonte di palazzo Chigi che liquida così ogni intento di ricercare indizi per uno sviluppo o l’altro. Congedatosi dal Cancelliere, il tempo di un paio di telefonate e sono arrivati Landini, Bombardieri e Sbarra per iniziare il tavolo tecnico sulla riforma delle pensioni. Si sgombera così il campo da un equivoco usato in modo molto strumentale e alla base anche dello sciopero: la riforma delle pensioni non può essere in questa legge di Bilancio che ospita solo un correttivo per tamponare gli effetti di Quota 100 che scade tra dieci giorni.

Un premier in partenza difficilmente avvia un lavoro del genere. A meno che non sappia già che lo porteranno avanti i ministri e sottosegretari incaricati. Tre sono i temi sui quali si focalizzerà la riforma: «Flessibilità in uscita, pensioni complementari e precarietà giovanile». «Avvieremo subito un programma operativo», ha spiegato il presidente del Consiglio. I ministri Franco, Brunetta e Orlando si occuperanno del coordinamento politico, il sottosegretario Garofoli e il capo del Dipe Leonardi della parte tecnica. «Possiamo lavorare su qualsiasi modifica – ha sottolineato Draghi – purché non sia messa a repentaglio la sostenibilità dei saldi nel medio e lungo periodo e all’interno del contesto europeo”.

Saliamo poi al Quirinale. Quello di Mattarella con le alte cariche non è stato un discorso di commiato. È stato un discorso che parla di presente e di futuro. Di «unità di intenti di fronte alla pandemia. E unità di sforzi per gettare le basi di un nuovo inizio». Il tempo dei “costruttori” si è «realizzato in questa consapevolezza. Non era scontato».
E se è stato «sbagliato dare risalto mediatico ai no vax negli ultimi mesi soprattutto nelle tv» è importante che «questo clima di collaborazione realizzato a causa del Covid prosegua anche nella normale dialettica maggioranza-opposizione quando il virus non ci sarà più». Parole che non sono un addio.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.