Il voto tedesco: un messaggio alla sinistra europea. E a quella italiana. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli storici e studiosi della sinistra italiani: Massimo L.Salvadori, professore emerito all’Università di Torino. Tra le sue innumerevoli pubblicazioni e saggi, ricordiamo i più recenti Le ingannevoli sirene; Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione. 1861-2016 (Einaudi, 2018); Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà (Donzelli, 2016). Democrazie senza democrazia (Laterza, 2011). Rimarca Salvadori nel suo piccolo-grande libro da “battaglia” La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi (Donzelli, 2019): «I populisti non guidano il popolo, lo trascinano. E riescono ad alimentare il suo risentimento, scuotendo nel profondo le istituzioni e screditando le forze politiche. La sinistra italiana, se non vuole rimanere disarmata, deve risalire la china che è sotto gli occhi di tutti. Ha bisogno di un partito autonomo e strutturato: non già di un partito della propaganda; piuttosto di un partito della conoscenza, della cultura e della partecipazione. E l’attenzione va rivolta soprattutto alle giovani generazioni».

In Germania quel partito, pur con tutti i suoi limiti e un percorso di modernizzazione tutt’altro che concluso, esiste: la SPD. E in Italia? «Nel corso del tempo – avverte Salvadori – la Sinistra italiana ha subito sconfitte politiche ed elettorali anche molto gravi, ma ciò che ora rischia è la rotta ideale culturale. Dalle prime si può ben risalire la china, dalla seconda si va verso la fine».

La SPD primo partito. La CDU al minimo storico. I Verdi terza forza nel Bundestag. Professor Salvadori, la Germania del dopo-Merkel guarda a sinistra?
Non pare dubbio che la maggioranza degli elettori tedeschi con il loro voto hanno espresso in termini inequivocabili la volontà di un forte cambiamento in senso anticonservatore, che ha premiato le forze che in senso ampio possono essere ascritte alla sinistra. Il risultato è tanto più significativo in quanto viene dopo il lungo governo della Merkel, una leader dall’alto profilo personale grandemente apprezzata nel suo paese, in Europa e nel mondo. Alla quale sono da attribuirsi molti successi, ma che ha lasciato in primo luogo alla società tedesca non pochi problemi aperti che attendevano risposte non venute. La caduta della CDU ha messo poi in luce il fatto che la Merkel non ha saputo preparare una leadership adeguata all’interno del partito; il che ha costituito un fattore decisivo della sconfitta subita. Senza voler abusare delle analogie storiche, direi che l’insuccesso della CDU dopo il governo della Merkel ricorda quello del Partito conservatore nella Gran Bretagna del 1945 dopo il governo di Churchill. Come fu allora in Gran Bretagna oggi in Germania il messaggio è che nei paesi democratici maturi la società non si accontenta di pur gloriose eredità anzitutto personali quando queste non sembrano più rispondere alle nuove sfide che occorre affrontare.

Una certa narrazione “nuovista” vedeva la socialdemocrazia, non solo tedesca, come un reperto di archeologia politica del secolo scorso. Invece?
Ciò che spiace, o almeno me personalmente spiace, è che a considerare la socialdemocrazia un reperto di archeologia politica sia stata e continui ad essere la maggioranza della sinistra italiana. Gli eredi del PCI e della DC sono stati tradizionalmente allergici nei suoi confronti, con l’eccezione di piccoli nuclei rimasti ai margini. Mi pare che questa rimanga la posizione del PD, che predilige l’identità “progressista”. Sennonché il progressismo esprime una generica opposizione al conservatorismo, e lascia la sua bandiera ondeggiare a venti assai indeterminati e mutevoli. La socialdemocrazia poggia saldamente su tre principi e fini: l’intransigente difesa delle libertà democratiche e civili, il metodo delle riforme, la disponibilità alle alleanze e anche ai necessari compromessi quando necessari salvaguardando però saldamente la propria identità; il che l’ha sempre messa e la mette al riparo dalle tentazioni, proprie dei “progressisti” di varia specie, di mettere mano a spuri e contingenti processi di amalgama (si pensi a quanto progettato in tempi recenti da settori della nostra incerta sinistra). Non amo avventurarmi nelle previsioni, ma ritengo che nei paesi dell’Unione europea siano presenti le premesse di una significativa ripresa dei partiti socialisti e socialdemocratici.

In politica la caratura del leader conta e molto, al si là degli eccessi di personalizzazione mediatica. Quanto ha pesato l’uscita di scena di Angela Merkel?
I leader, l’esperienza di tutti i paesi lo insegna, sono i nocchieri di quella grandi navi che solcano i mari della politica. Quando la politica non è in grado di esprimere leader grandi o quanto meno autorevoli, ciò indica che essa è malata, inefficace, persino dannosa. La Merkel è appartenuta certamente alla prima specie. Ma anche le leadership forti sono inevitabilmente soggette ad andare incontro ad una fase di deterioramento e declino; e i partiti dimostrano la loro vitalità se sono in grado di provvedere a selezionare e portare sulla scena nuovi capi a loro volta di valore. Ciò che le vicende attuali della CDU hanno mostrato è che questo partito non è stato all’altezza del compito. E nel giudicare l’operato della Merkel occorrerà comprendere se e in quale misura ella abbia responsabilità di avere affidato la sua successione ad un leader incolore come quello che ha portato il proprio partito ad una clamorosa perdita di consensi.

Quali ricadute potrebbe avere il voto tedesco sull’Europa?
A questa domanda non posso rispondere se non dicendo che chi vivrà vedrà. Comunque penso che un fatto sia inevitabile: la Merkel è stata non solo la cancelliera della Germania, ma anche, dato il peso del suo paese, la cancelliera dell’Unione Europea: un ruolo che nessuno sembra poter ricoprire nel prevedibile futuro. Oggi nell’Unione sono presenti leader autorevoli come Macron e Draghi; ma governare il caleidoscopio europeo è un’impresa assai ardua, tanto più in relazione agli importanti eventi elettorali che sono alle porte e ai molti dossier in agenda.

E sull’Italia, in particolare nel dibattito aperto a sinistra?
In relazione a questa domanda non so trovare parole adeguate. A me sembra che la difficoltà principale della sinistra italiana stia nel far comprendere quale comun denominatore propriamente la caratterizzi. Le correnti politiche, i partiti si qualificano per le loro culture politiche, per le componenti che le uniscono o raggruppano. La sinistra italiana è composta dal PD, dal Movimento 5stelle, da Articolo 1 e via discorrendo? Partiti e movimenti che da tempo sono incapaci di tenere i loro congressi, di scrivere programmi culturalmente pregnanti, chiarificatori, i cui leader affidano sostanzialmente il loro rapporto con i cittadini ai “messaggini”, alle interviste televisive e giornalistiche, delineano alleanze incerte sotto l’urgenza delle contingenze (si pensi solo alle prossime elezioni amministrative, dove in importanti comuni ciascuno gioca per sé). Quindi: quale sinistra è dunque la nostra sinistra?

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.