Dalla corsa al Quirinale ad una sinistra alla perenne ricerca di un “papa straniero”. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli politologi italiani: Piero Ignazi. Ex direttore della rivista il Mulino, Ignazi è professore ordinario di Politica comparata presso la Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e chercheur associé presso il Cevipof (Fondation Nationale des Sciences Politiques) di Parigi.

La corsa al Quirinale è aperta. Il 24 gennaio il presidente Fico ha convocato la seduta congiunta di Camera e Senato e dei “grandi elettori” indicati dalle Regioni per l’avvio dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Nel frattempo si moltiplicano i tavoli, reali e virtuali. Il centrodestra sembra insistere sulla candidatura di Silvio Berlusconi. È una candidatura di facciata?
Per Berlusconi ovviamente no. Lui sembra crederci veramente e ci mette su tutte le sue risorse di ogni tipo per raggiungere l’obiettivo, come ha fatto in altre circostanze. Gli ultimi venticinque anni stanno a dimostrare di come abbia utilizzato le grandi risorse a sua disposizione per inquinare la politica italiana. Ma credo che nessuno si sia davvero preoccupato di questo. Detto ciò, gli alleati non ci credono…

Perché?
Non ci credono perché in questo modo dimostrerebbero di essere ancora dei subordinati di Berlusconi e di Forza Italia, un movimento-partito che peraltro ha dimostrato, non solo in termini elettorali, di non avere più alcuna spinta propulsiva. Si attende solo una scomparsa definitiva dalla scena politica del suo fondatore e già oggi in molti hanno preso altre strade.

In questo giro di tavoli, proposte e contatti, c’è anche Salvini che evoca un Governo dei leader.
Quella mi sembrava semplicemente una battuta per rafforzare la sua uscita in contrasto al niet di Berlusconi per Draghi. Quello in effetti poteva essere o il colpo di teatro del vecchio Berlusconi, che chiamava tutti i suoi alleati oltre a prendere posizione, oppure poteva essere un ballon d’essai destinato al fiasco più totale. Le affermazioni di Draghi e le uscite di Salvini propendono per questo secondo esito. Come quando Salvini fece da solo il governo con i 5Stelle dimostrando di non avere più bisogno della protezione di Berlusconi. In questo senso, credo che Salvini abbia tirato le fila e anche le orecchie a qualcuno, come Giorgetti, e quindi abbia ricompattato il suo partito, riaffermando che è ancora lui il capitano della Lega, contrariamente a tutto quello che è stato detto e scritto a cui non ho mai creduto. Il “capitano” Salvini è ancora ben saldo alla sua tolda e sta guidando la Lega come il kingmaker di questa fase politica a cominciare dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Secondo me la soluzione del “giallo del Quirinale” si troverà nel triangolo Salvini-Letta-Conte con appendice Di Maio.

In tutto questo, il segretario del PD Enrico Letta ha riunito la Direzione del partito e ribadito la disponibilità dem alla ricerca di una candidatura condivisa col centrodestra a condizione che dal tavolo scompaia quella del Cavaliere. Lei come la vede?
Direi che è il minimo. Sedersi al tavolo con questi che dicono Berlusconi, francamente mi sembra troppo anche per chi abbia le migliori intenzioni mediatrici. Letta ha messo un paletto inevitabile.

Professor Ignazi, siamo al punto del o Draghi o il vuoto?
Secondo me, sì. Quello che tutti temevano: se Draghi va al Quirinale si vota, si sta rilevando l’esatto contrario…

Vale a dire?
Se Draghi non va al Quirinale si vota.

Non crede che questo circuito vizioso segni se non il fallimento quanto meno la crisi del sistema politico e dei partiti che ne dovrebbero essere, almeno costituzionalmente, l’ossatura portante?
Si parla tutte le volte di fallimento, ma no. Ho perso il conto di quante volte nella storia politica, più o meno recente, di questo paese si sia gridato alla crisi o al fallimento. Poi vanno avanti lo stesso. Sono “grida” che continuano a lasciarmi alquanto perplesso.

Michele Prospero in un articolo su questo giornale ha caldeggiato Mario Draghi alla testa di un nuovo schieramento di sinistra. Lei che ne pensa?
Un po’ improbabile, francamente. Tra l’implausibile e l’improbabile. Implausibile perché Mario Draghi lo trovo un conservatore illuminato, un vero liberale, una categoria che non abbiamo in Italia, visto che siamo un paese profondamente populista e segnato da un qualunquismo protofascista. La storia dovrebbe averlo insegnato. Da questo punto di vista, anche un liberale come Draghi può essere considerato di sinistra. Però, indicare Draghi come leader di uno schieramento di sinistra, mi sembra una battuta ad effetto. E poi la sinistra non ha bisogno di “papi stranieri”, ne abbiamo usati un po’ troppi.

Per restare alla sinistra. Lei ritiene che il problema più grave che l’attanaglia sia un deficit di leadership o una mancanza di visione e di pensiero politico?
Il problema, a mio avviso, è nel deficit di convinzione. Questo è il punto. Nel senso che il Partito democratico dovrebbe essere un po’ più convinto di se stesso. Convinto che la sua vocazione dovrebbe essere quella di un partito di sinistra che ha come stella polare quella della riduzione delle disuguaglianze e dell’estensione dei diritti. Se si ha questa stella polare, poi chi la interpreta è irrilevante, ma questa deve essere la stella polare, molto convinta, molto forte, molto radicale. Vede, in Italia, e anche altrove, si fatica a capire che la sinistra non guadagna annacquandosi, diventando più simile a una melassa centrista. Ma guadagna consensi se diventa molto più identificata con le sue posizioni, e quindi molto più radicale. Questo, per dirla tutta, non riguarda solo la sinistra ma tutti i partiti in Europa, nelle democrazie occidentali…

A cosa si riferisce?
Alla vecchia e frustrata idea, che soltanto chi ha smesso di leggere da trent’anni può considerare ancora valida, secondo la quale si vince al centro. Sono cose sorpassate, cose da anni ’50-’60 che non esistono più, come per prima ha dimostrato l’America. Ma i politologi l’avevano detto già trent’anni fa, inascoltati. La competizione esiste radicalizzando la propria distinzione rispetto ad altri. Così si vince. Sempre che si abbia qualcosa da dire, ovviamente, ma dicendola in maniera radicalmente forte. La Lega ha avuto successo non sostenendo la secessione del Nord, ma quando ha preso per le corna un vero problema sentito da tutta la popolazione italiana, cioè quello dell’immigrazione, radicalizzando su questo tema le proprie posizioni.

Questa legislatura, se non si vota anticipatamente, andrà a scadenza naturale nel 2023. Una legislatura nata, nel 2018, sotto il segno del trionfo del Movimento 5 Stelle. Quattro anni dopo, cosa ne resta?
M’interrogo anch’io su questo. M’interrogo perché si tratta, comunque la si voglia vedere, un caso di studio affascinante, di difficile analisi. Io aspetto di vedere i risultati elettorali dell’anno prossimo prima di trarre un bilancio e formulare una lettura che sia analiticamente ben fondata. Se si va a rivedere le previsioni elettorali prima del 2018, c’è da sorridere, vediamo alla fine cosa succede. Il problema è che allora era chiaro che i pentastellati avevano il vento in poppa. La conquista di Roma e Torino è stata una cosa clamorosa. Quella duplice vittoria, la dèbacle di Renzi al referendum, le folle che aveva dietro di sé Di Battista nella sua campagna elettorale per il no al referendum, fatta in vespa… Era lì che si capiva che c’era un fenomeno. Allora era chiaro che l’M5S avrebbe raggiunto dei grandi risultati, molto superiori da quelli “profetizzati” da vari commentatori. Io avvisavo che ci saremmo potuti attendere una impresa. Adesso non lo so. Certamente il governo li ha massacrati e soprattutto l’uscita di scena di Conte…

Conte che doveva essere il federatore nel patto 5Stelle- PD…
Federatore, bah… Conte doveva mettersi in pista il giorno dopo la sua uscita da Palazzo Chigi. Invece è rimasto a traccheggiare per diversi mesi. E poi la litigata con Grillo che è stata devastante. È una storia di difficile decifrazione, anche perché non si sa cosa adesso propongano. Allora chiedevano il voto per l’onestà e il reddito di cittadinanza e contro i poteri forti. E adesso, boh.

In questo giro d’orizzonte politico a 360 gradi, resta fuori il centro. Si parla di un ampio rassemblement centrista. Lei ci crede?
Assolutamente no. È un tentativo destinato al fallimento, come sempre.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.