Il video del cadavere riverso nel bagno del Cardarelli di Napoli ha fatto il giro del mondo indignando tantissime persone e le istituzioni politiche di Governo che hanno gridato allo scandalo. Sulla vicenda ci sono pareri discordanti sia tra i lettori sia tra gli addetti ai lavori sull’essere giusta o sbagliata la pubblicazione di quel video. Il Riformista, che ha rifiutato di pubblicare il video, ha raggiunto Livio Varriale, data journalist ed esperto di tematiche digitali, per capire quando valga la pena di pubblicare la morte sui social e sui media tradizionali.

E’ stato giusto o sbagliato pubblicare il video del Cardarelli?
La domanda non è di facile risposta, ma la mia considerazione è che la notizia non è rilevante visto che negli ospedali si muore. E’ vero, è accaduto in un bagno, ma ancora non sappiamo se la vittima sia stata portata lì prima o dopo il decesso. Sarà la magistratura ad indagare, ma è chiaro che il Cardarelli è in piena emergenza sanitaria ed intravedo molte attenuanti sulla vicenda. Quindi andiamoci piano con le sentenze di indignazione.

Che beneficio hanno avuto i media nel pubblicare la notizia?
Oggi tutti guadagnano nel pubblicare contenuti e quello del Cardarelli è stato un contenuto forte che sicuramente ha attratto tantissime persone, non tanto per il fatto in sé, ma per la possibilità di nutrirsi con qualcosa di diverso: il video di un morto. La gente è attratta da queste cose.

Perché secondo lei?
Perché la morte spaventa, ma rappresenta anche il proibito. La visualizzazione di un cadavere è un qualcosa che sicuramente fa paura, ma quando questo è integro, riesce ad essere visivamente ‘accessibile’ e ‘digeribile’ a molti. Il problema che ho già denunciato molto tempo fa è che nella rete girano contenuti violenti di omicidi, suicidi, o cadaveri non integri e questo fenomeno sta prendendo piede soprattutto tra le nuove generazioni che scambiano questi contenuti su app di messaggistica con risultati psicologici devastanti come quello di normalizzare la violenza. Comunque la sorpresa di un popolo nel vedere un cadavere mi fa riflettere anche sulla percezione che il nostro popolo ha della morte.

In che senso?
Immaginate paesi come Russia, paesi slavi, dove la morte in anni recenti è stata all’ordine del giorno a seguito di tensioni interne o vere e proprie guerre, lì un cadavere lo si trova facilmente sui giornali e non è certamente uno scandalo. Vent’anni fa circa vidi in prima pagina di un quotidiano rumeno un cadavere carbonizzato e mutilato a seguito di un attentato terroristico. Quando abbiamo visto in Italia una scena del genere? Questo però rende anche i popoli esposti costantemente a questi contenuti meno attenti al valore di una singola vita cosa a cui noi italiani, vuoi per tradizione vuoi per una influenza religiosa forte, badiamo.

I social veicolano questi contenuti però, come si fa per interromperli?
Non condividendoli ovviamente. Condividerli urlando allo scandalo, si ottiene il risultato contrario. Tutti condividono una cosa che non va condivisa però questa valutazione, nel caso del Cardarelli, dovrebbe essere fatta dai professionisti dell’informazione che anche questa volta, in molti casi, hanno sbagliato. Il cadavere andava censurato, magari coperto da un lenzuolo, ma darlo in pasto così al pubblico è stato un atto di sciacallaggio mediatico su un morto.

Quindi non ritiene plausibile la tesi “immagini shock per sensibilizzare”?
Certo, ma non è un cadavere in un ospedale a sensibilizzare, così come ci hanno raccontato delle morti nei campi di concentramento, se ci facessero vedere le morti quotidiane che ci riporta la guerra, sicuramente l’effetto sarebbe educativo per molti, ma sa che i social non vogliono che questo accada? Sa che i media non trattano queste notizie? Perché l’informazione da sempre ha avuto morti di serie a e morti di serie b, avallati dai social oggi che hanno anche un algoritmo in grado di decidere quali siano i civili uccisi che devono avere visibilità e quali no.