La violenza sulle donne continua a imperversare in tutta Italia. Per contrastare questo fenomeno bisogna reagire. D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, ha presentato nuove iniziative in occasione della Giornata internazionale sulla violenza contro le donne e che prendono avvio con la campagna “Componi La Libertà” che dal 21 al 28 novembre consentirà di sostenere le donne accolte dalle 84 organizzazioni che aderiscono alla rete, con i 111 centri antiviolenza e le oltre 60 case rifugio in 19 regioni, attraverso una donazione al numero solidale 45591. “Diversi i nodi, le criticità che ravvediamo nel sistema italiano nel contrasto alla violenza”, ha detto in apertura la presidente di D.i.Re Antonella Veltri.

“Siamo ancora in attesa dell’uscita del nuovo Piano nazionale antiviolenza, essendo il vecchio piano scaduto nel 2020 e dunque da quasi un anno. Un irreparabile ritardo che ha messo e mette in difficoltà tutte noi, non solo per la disponibilità e l’accesso ai fondi, ma soprattutto per l’impossibilità di programmazione e pianificazione degli interventi, che per i centri antiviolenza della rete D.i.Re vanno al di là dell’accoglienza alle donne”. “La definizione e il ruolo dei centri antiviolenza nel sistema antiviolenza e la governance per rendere efficaci gli interventi previsti sono a nostro avviso i principali punti critici nella bozza di Piano anticipata finora dalla stampa”, ha aggiunto Veltri.

Oltre 20.000 sono le donne accolte da D.i.Re nel 2020, un dato coerente con gli anni precedenti anche se in lieve calo. Mentre sono state meno le donne che hanno fatto il loro primo accesso al centro antiviolenza nel 2020, passate da 14.431 nel 2019 a 13.390 (- 7,2 per cento). “Per la prima volta i dati registrano una flessione rispetto all’anno precedente, un dato che è senz’altro da mettere in relazione con il periodo di lockdown che ha caratterizzato il 2020”, ha spiegato Paola Sdao, che insieme a Sigrid Pisanu cura la rilevazione statistica annuale di D.i.Re. “Questo nonostante l’aumento della violenza che abbiamo registrato nel monitoraggio fatto da D.i.Re nei mesi di marzo e aprile dell’anno scorso, quando le richieste di aiuto sono arrivate in maniera preponderante da donne che avevano già avuto contatto con il centro antiviolenza”. Si confermano per il resto dati in tendenza con le rilevazioni degli anni precedenti: la violenza subita è quasi sempre violenza nelle relazioni di intimità e domestica, il maltrattante è in larga misura il partner o l’ex partner (72,3 per cento dei casi), in larghissima maggioranza di origine italiana (76,4 per cento) “a conferma che la violenza è un fenomeno strutturale, come D.i.Re ripete da sempre”, sottolinea Paola Sdao.

Supportate dai centri antiviolenza, le donne che avviano un percorso giudiziario denunciando la violenza sono il 27 per cento, a fronte di un 10 per cento stimato da ISTAT. Questi percorsi però si traducono spesso in situazioni di vittimizzazione secondaria, come rilevato dall’indagine. Il (non) riconoscimento della violenza domestica nei tribunali civili e dei minorenni realizzata dal Gruppo avvocate di D.i.Re e presentata lo scorso luglio. Per questo D.i.Re presenta oggi il suo nuovo Osservatorio sulla vittimizzazione secondaria. “Sono le istituzioni che dovrebbero supportare le donne nel momento in cui decidono di interrompere la violenza, tribunali civili e per i minorenni per la separazione e l’affidamento di figli e figlie, e anche i servizi sociali, ad agire comportamenti che rivittimizzano le donne”, ha detto Nadia Somma, referente dell’Osservatorio.

“Con la legge 54/2006 è stato introdotto il concetto della bigenitorialità, che nessuno mette in discussione nelle separazioni che avvengono in presenza di buone relazioni nella coppia, ma che è invece diventato un dogma da imporre a prescindere dalla situazione che c’era nella coppia prima della decisione di separarsi”, sottolinea Nadia Somma. “Tutto questo rende molto più complicato per le donne uscire dalla violenza”. “Una donna che ha subito violenza e un uomo violento e prevaricatore non possono essere messi sullo stesso piano, come invece accade, perché questo porta le donne a essere giudicate madri ostative da CTU che si basano sui falsi principi dell’alienazione genitoriale, per giungere fino a casi in cui si arriva ad affidare i bambini al padre violento, la madre viene giudicata decaduta e allontanata anche per anni dai propri figli, come denunciano diversi gruppi di mamme che manifestano con costanza davanti ai tribunali”, ha aggiunto Somma.

D.i.Re lancerà il 24 novembre a partire dalle ore 14.30 una maratona Facebook in cui i centri antiviolenza aderenti alla rete avranno modo di presentare il proprio lavoro. “I centri antiviolenza sono spazi di attivismo civico, non di ‘volontariato’ nel senso classico del termine, anche se buona parte delle operatrici sono volontarie”, ha sottolineato in chiusura Antonella Veltri, “perché il nostro impegno nasce da una precisa scelta politica femminista. Per questo saremo in piazza il 27 novembre nella grande manifestazione di Non una di meno a Roma. Per ribadire ancora una volta che il sistema antiviolenza così com’è non funziona se le donne continuano a essere uccise”.