Nel 2001, quando è chiamato a risolvere l’emergenza rifiuti in Campania, la più grande crisi ambientale che la nostra regione abbia mai conosciuto, Giulio Facchi è un professionista rampante, tra i massimi esperti in materia ambientale, nel pieno della sua carriera e dei suoi anni. Si ritrova a gestire lo smaltimento di tonnellate di rifiuti, fra criticità e difficoltà quotidiane. Qualche anno più tardi arriva la sua iscrizione nel registro degli indagati e con essa i titoloni sui giornali, i sospetti più o meno espliciti di amici e colleghi, gli interrogatori dalle due del pomeriggio alle due di notte del pm che vuole che riveli cose che non può rivelare, semplicemente perché gli illeciti di cui è accusato non li ha mai commessi. Ma ci vorranno 16 anni di processo per dimostrarlo, un’attesa infinita per la sentenza che lo ha assolto con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.

Formula piena, si sarebbe detto un tempo. «Oggi ho 66 anni – racconta l’ex sub-commissario all’emergenza rifiuti – Sedici su sessantasei sono una bella porzione di vita». In quegli anni Facchi, arrivato da Milano con il suo bagaglio di professionalità e di esperienza nel campo ambientale come in quello politico, perde casa, lavoro, affetti, amicizie. «Mi sono separato, ho perso la casa, non potevo più lavorare nel mio settore. Arrivai a zero, dovetti chiedere aiuto ai pochi amici che mi erano rimasti. È stata dura», ricorda. Oggi è di nuovo in campo e ha un lavoro che lo soddisfa ma in quegli anni «ho vissuto da condannato per sentirmi dire dopo 16 anni che il fatto non costituisce reato». «Ho vissuto in prima persona il mix di logica giustizialista e certa stampa che fa da amplificatore diventando lo strumento per condannarti comunque e a prescindere». L’inchiesta, infatti, stravolge la vita di Facchi, anzi è come se gliela rubasse per costringerlo a costruirsene una nuova.

«Avevo una forte passione politica e anche una buona credibilità nel mondo politico: l’ho abbandonata completamente. Fino al giorno della sentenza avevo completamente abbandonato anche il tema su cui ero più preparato, quello ambientale. Non tanto per quello che mi facevano pesare gli altri quanto per come la vivevo io. Vivevo un disagio costante e aver letto le intercettazioni di cinque anni, anche quelle più intime, mi faceva sentire un problema verso tutti. Mi sentivo come un appestato, come un contagiato come si direbbe adesso ai tempi del Covid. E quindi per correttezza limitavo il più possibile le relazioni sociali, le telefonate, e quant’altro». Inevitabili anche le ripercussioni sui suoi affetti più cari. «Mi sono separato da mia moglie per questa situazione e lo posso dimostrare in ogni momento. Mio figlio, che è molto attivo sui social, in quegli anni non hai mai usato il cognome Facchi, aveva uno pseudonimo. Io lo capivo, ero anche d’accordo, ma è una cosa che fa male. Quanto ci ho pianto!» «Poi – aggiunge – dopo la sentenza, mio figlio ha scritto un post bellissimo in cui diceva di essere il figlio di Facchi» ed è l’unico ricordo che riesce a strappargli un sorriso.

«La mia vicenda è stata molto particolare anche perché per sette volte il pm ha tentato di coinvolgermi in procedimenti accostandomi ogni volta a questioni o persone diverse e ogni volta la cosa finiva nel nulla ma aveva comunque un’eco sui giornali per cui gli sforzi fatti per buttarmi tutto alle spalle venivano annullati – spiega – Ero finito in un tritacarne mediatico che aveva coinvolto tutta la mia famiglia e la rabbia era che più sapevo di essere innocente e più mi sentivo responsabile di quello che succedeva. Ero un uomo dello Stato che stava cercando di risolvere un problema dello Stato, sapevo di essere in prima fila e che avrei dovuto affrontare problematiche ma quello che ho vissuto ha dell’incredibile. Sentirsi poi letteralmente abbandonato dallo Stato ti pone mille interrogativi».

Facchi ricorda quegli anni lunghi e difficili, lo sconforto che si alternava al coraggio, la fiducia alla disperazione. «Era come se si volesse demolire la mia immagine non avendo strumenti concreti per dimostrare le accuse contro di me», dice ricordando articoli di stampa su dettagli di conversazioni intercettate ma assolutamente estranee ai fatti oggetto delle indagini. A gennaio 2019 è arrivata la sentenza di assoluzione. «Mi ha ridato l’onore – osserva ripensando al passato – ma non riesco a viverla come una vittoria».