Indagati e assolti. Qualche volta anche rovinati. Talvolta costretti a stravolgere il corso delle proprie scelte e indirettamente anche quelle di altri. Sicuramente provati e in qualche modo vittime di un sistema giudiziario che prevede tempi sempre lunghissimi per arrivare a una sentenza. La storia giudiziaria napoletana e campana è piena di casi che ripropongono il tema della cosiddetta “giustizia a orologeria” respinta con forza dalla magistratura, di errori giudiziari e inchieste annunciate in pompa magna e ridimensionate nel corso dei successivi step processuali.

«Era stata una sentenza importante. Nel processo sui rifiuti pur essendo i reati ipotizzati ormai prescritti i giudici si erano espressi nel merito con una sentenza di piena assoluzione per insussistenza delle accuse. Poi la procura aveva fatto appello per trasformare l’assoluzione di merito in assoluzione per prescrizione. Oggi la Corte di appello ha dichiarato inammissibile l’impugnazione del pm ed ha confermato la sentenza di primo grado. Ringrazio gli avvocati Krogh e Fusco e le persone che mi sono state vicine in momenti difficili. Per quanto mi riguarda è la conferma che è giusto aver fiducia nella giustizia e che i tempi dovrebbero essere più brevi perché la lunghezza dei processi danneggia gli innocenti e premia i colpevoli». A maggio 2019 Antonio Bassolino commentava così la sentenza che metteva la parola fine a una parentesi giudiziaria durata 16 lunghi anni. L’ex sindaco di Napoli ed ex governatore della Campania usciva definitivamente assolto dal processo su presunte irregolarità nella gestione della più grande emergenza rifiuti che la regione abbia vissuto.

La Corte di Appello aveva appena dichiarato inammissibile l’appello dei pm della Procura di Napoli, che si erano opposti alla sentenza di primo grado chiedendo che fosse trasformata da assoluzione di merito in assoluzione per prescrizione, e aveva confermato la piena assoluzione di Bassolino e di altri 26 imputati. L’ombra delle accuse fu definitivamente allontanata, ma gli effetti politici di quegli anni ormai non potevano essere più annullati. Accadde lo stesso per Clemente Mastella. A gennaio 2008, quando era ministro della Giustizia e leader dell’Udeur, fu coinvolto, assieme alla moglie Sandra Leonardo, all’epoca presidente del consiglio regionale della Campania, nell’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere su presunti illeciti nelle nomine Asl. Dopo quasi dieci anni arrivò la sentenza di assoluzione piena per lui, la moglie e altri imputati: «i fatti non costituiscono reato», sostennero i giudici.

La sentenza ridiede onore a Mastella e agli altri assolti ma non poté rimediare agli effetti politici di quelle accuse non confermate nel processo: le dimissioni di Mastella, la sfiducia al governo Prodi, le nuove elezioni con la vittoria di Berlusconi. Indagato, esposto alla gogna mediatica e poi assolto: il caso più recente è quello di Stefano Graziano, consigliere regionale del Pd campano. Il 12 agosto scorso l’archiviazione decisa dal gip di Santa Maria Capua Vetere lo ha scagionato dall’accusa di reati elettorali. Già nell’aprile 2016, proprio alla vigilia delle elezioni amministrative, Graziano fu coinvolto in un’inchiesta con la pesante accusa di concorso esterno in associazione camorristica salvo poi essere scagionato quando, dopo mesi di indagini, la stessa Dda aveva chiesto e ottenuto per lui l’archiviazione. Intanto la gogna mediatica e soprattutto politica aveva già prodotto i suoi effetti.