Il bilancio della giustizia nel distretto di Napoli, per il primo trimestre del 2020 è un bilancio particolare, diverso rispetto ai periodici monitoraggi distrettuali che il ministero della Giustizia realizza per analizzare le performance di Tribunali e Corti di Appello. È unico se si considera che tiene conto anche del primo mese di lockdown. Raccoglie i dati sull’attività giudiziaria dal primo gennaio al 31 marzo scorsi. E le somme rivelano gli alti numeri della giustizia, le dimensioni dei suoi carichi, in un certo senso anche le ragioni dei suoi affanni. Numeri di fronte ai quali appare sempre più utile e necessaria una riforma del sistema giustizia pensata non soltanto per tamponare emergenze del momento o far breccia nell’opinione pubblica e sulla sua emotività. La riforma di cui si parla è una riforma che dovrebbe andare nel senso del recupero della efficienza e della tempestività della risposta giudiziaria, della semplificazione.

Se si considerano i numeri dell’ultimo report trimestrale, colpisce che, tra i casi giudiziari pendenti in primo e in secondo grado, ci sono tra Napoli e provincia circa 100mila storie sospese. Sono tante, tantissime. Troppe, se si vuole una giustizia più giusta, più celere, più efficace. Nel primo trimestre 2020, nel settore penale, in Corte di Appello a Napoli si sono contati 55.549 processi pendenti con una variazione negli ultimi due anni del 16,3%, mentre in Tribunale sono stati 44.443 i processi pendenti a fronte dei 41.375 registrati al 31 dicembre 2017 e dunque con una variazione del 7,4% con riferimento all’ultimo biennio. Sono davvero tutti processi necessari? Sono davvero tutti casi che non si sarebbero potuti eventualmente sanzionare con procedure e tempi diversi da quelli della giustizia penale? Sono interrogativi leciti. Perché c’è un così ampio ricorso alla giustizia penale? Giriamo la domanda a Pasquale Troncone, docente di Diritto penale all’università di Napoli Federico II. «Si pensa sempre che la faccia feroce del diritto penale riesca a dissuadere dal compiere illeciti», spiega.

Anche fattispecie che fino ad alcuni anni fa rientravano nella sfera delle condotte punibili con sanzioni amministrative sono passate dall’area della rilevanza tributaria, per esempio, a quella penale. «Ma si tratta di interventi che rischiano di rivelarsi inutili – sottolinea Troncone – Penso agli articoli 10bis e 10ter del decreto 74 del 2000 che puniscono con la reclusione da sei mesi a due anni gli imprenditori che non riescono a pagare l’Iva o la ritenuta d’acconto regolarmente denunciata. Considerando il particolare momento di difficoltà economica, è facile immaginare che potrebbero essere moltissimi gli imprenditori in crisi di liquidità, soprattutto tra i piccoli imprenditori che sono poi quelli che più caratterizzano il tessuto economico del nostro territorio». Le prospettive non sono incoraggianti. «Se questi piccoli imprenditori spariranno dal mercato cederemo la nostra economia, fortemente legata al territorio, all’economia del digitale e dei colossi stranieri. Non credo che sia un disegno, ma questi sono gli effetti del decreto 74 del 2000».

Per Troncone, dunque, «bisognerebbe ripensare a questo intervento legislativo». E non solo. «La parte speciale della legislazione penale è sovrabbondante, si pensi alle fattispecie indicate nel Testo unico della finanza, alle norme del codice civile che prevedono il falso in bilancio o la corruzione tra privati (reato, quest’ultimo, che il legislatore ha arbitrariamente sganciato dalla corruzione pubblica diversamente da quanto previsto dagli obblighi internazionali). In un momento come questo, inoltre, il fatto che l’entrata in vigore del Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza sia stato rimandato è una contraddizione profonda. Per come è stato pensato il nuovo Codice avrebbe evitato il fallimento di molte aziende in difficoltà economica». Di qui il riferimento alle due norme introdotte con il decreto del 2000: «Mi allarmano – spiega Troncone – Se un’azienda è in crisi di liquidità rischia in questo modo un’inchiesta penale dopo la denuncia all’Agenzia delle Entrate e il sequestro dei beni». Per questi casi, che riguardano l’omesso versamento di Iva o ritenuta d’acconto», Troncone spiega che si potrebbe utilizzare la leva amministrativa: «Ci sono forme di intervento alternativo a quello penale che consentirebbero anche di non appesantire il lavoro nei tribunali».