Dopo 669 giorni di rinvii, di detenzione amministrativa prolungata all’infinito, Patrick Zaki è uscito dal carcere. Un passo in avanti, importante, per certi versi insperato, ma il traguardo finale è ancora da raggiungere. Scarcerato ma non assolto. Ma si sa: nello Stato di polizia chiamato Egitto, quello di giustizia è un concetto alquanto vacuo.
La decisione del giudice monocratico è arrivata il 7 dicembre e solo ieri in tarda mattinata la procedura è stata completata. Lo studente e attivista è uscito dal commissariato di Mansura con la divisa bianca dei carcerati e facendo il segno della vittoria con la mano. Poi ha abbracciato la madre, la sorella e la fidanzata: le foto sono state rilanciate e diffuse su Twitter poco dopo.

Per abbracciare la madre Patrick ha lasciato a terra un sacco bianco di plastica che portava assieme a una borsa nera. «Voglio dire molte grazie agli italiani, a Bologna, all’Università, ai miei colleghi, a chiunque mi abbia sostenuto», ha dichiarato all’agenzia Ansa, rivolgendosi a tutti coloro che lo hanno sostenuto da lontano in questi mesi. Per quanto riguarda il suo futuro, ha aggiunto: «Sto aspettando, vedrò nei prossimi giorni cosa succede: voglio essere in Italia il prima possibile, appena potrò andrò direttamente a Bologna, la mia città, la mia gente, la mia università». Una delle prime cose che ha fatto non appena arrivato a casa è stato indossare una maglietta dell’Università di Bologna, che l’ateneo gli aveva fatto recapitare. Poi un pensiero alla sua squadra del cuore in Italia: «Viva il Bologna calcio», ha detto parlando con i giornalisti. E il Bologna Fc gli risponde: «Patrick ti aspettiamo presto al Dall’Ara». «Oggi (ieri per chi legge, ndr) è una giornata di festa – ha detto Giovanni Molari, rettore dell’ateneo – anche se non bisogna abbassare la guardia fino al completo proscioglimento dalle accuse. Speriamo che Patrick possa mettersi alle spalle questi due anni dolorosi e possa tornare presto ai suoi studi qui a Bologna, nella sua università. Il suo posto è qui, nella nostra comunità, assieme ai suoi compagni e ai docenti che non vedono l’ora di riabbracciarlo».

La prossima udienza per Patrick Zaki è fissata per il prossimo primo febbraio. È infatti accusato di diffusione di false informazioni per aver pubblicato un articolo in cui denunciava le mancate garanzie offerte dal regime di Al-Sisi nei confronti della popolazione copta del Paese. Di fatto, la decisione del giudice di queste ore, segna una piccola apertura da parte dell’Egitto nei confronti dell’Italia ed è la prima dall’omicidio di Giulio Regeni. Ora, perché la svolta sia effettiva, serve però l’assoluzione. «Aspettavamo di vedere quell’abbraccio da 22 mesi», afferma il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury poco dopo la scarcerazione dell’attivista, «e quell’abbraccio arriva dall’Italia, da tutte le persone, tutti i gruppi e gli enti locali, l’università, i parlamentari che hanno fatto sì che quell’abbraccio arrivasse. Un abbraccio soprattutto ai mezzi di informazione che hanno tenuto alta l’attenzione per questi 22 mesi. Ora che abbiamo visto quell’abbraccio aspettiamo che questa libertà non sia provvisoria ma sia permanente. E con questo auspicio arriveremo al primo febbraio, udienza prossima».

La sua legale Hoda Nasrallah continua a lavorare per difenderlo: ha chiesto di ottenere le riprese delle telecamere di sorveglianza, un rapporto dei servizi segreti interni e un verbale di polizia per dimostrare che tra il 7 e l’8 febbraio di due anni fa fu catturato illegalmente all’aeroporto del Cairo, mentre le autorità sostengono di averlo fermato lecitamente a Mansura, facendo così sparire un buco nero di percosse e torture denunciate dai suoi legali. Nasrallah ha chiesto anche gli atti di un vecchio processo e la convocazione di un testimone per dimostrare che l’articolo scritto da Patrick nel 2019 per documentare le discriminazioni patite dalla minoranza cristiana dell’islamico Egitto – quello per il quale rischia altri 5 anni di carcere – non diffondeva falsità. E questo dovrebbe essere il fulcro della memoria difensiva che verrà presentata il primo febbraio. E quello sarà il giorno della verità.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.