Il Mediterraneo, le sue tragedie, le sue speranze. Il Riformista ne discute con Marina Sereni, vice ministra degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale.

Una buona notizia, finalmente: dopo 668 giorni di detenzione e rinvii, il tribunale de Il Cairo ha deciso la scarcerazione di Patrick Zaki, anche se il giovane ricercatore non è stato assolto.
La sua liberazione è certamente una buona notizia, per il ragazzo, la sua famiglia, i suoi amici. Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro, a partire dal nostro personale diplomatico, che hanno reso possibile questo primo risultato. La Farnesina ha seguito fin dall’inizio questa vicenda giudiziaria e continueremo a farlo con il massimo di attenzione.

Il Mediterraneo. L’Italia è al centro di questo crocevia così importante e nevralgico. Non a caso, sabato si è conclusa a Roma la settima edizione dei Med-Dialogues, l’iniziativa promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dall’Ispi che rappresenta uno dei principali fori globali di riflessione e dialogo per la definizione di un’agenda positiva per il futuro del Mediterraneo “allargato”. Come si è caratterizzato quest’evento?
Quest’anno l’edizione dei Med-Dialogues si è tenuta in formato ibrido, dopo che lo scorso anno eravamo stati costretti a svolgere tutto l’evento in modalità virtuale. Questo appuntamento si conferma essere la più importante piattaforma di confronto tra rappresentanti di governo, esperti e studiosi, rappresentanti delle Organizzazioni Internazionali, esponenti della società civile e del mondo dell’impresa di tutta l’area del Mediterraneo e Medio Oriente (Mena). Nell’edizione 2021 ci siamo concentrati sul tema delle “transizioni” che investono diversi ambiti della vita della regione: sicurezza, geopolitica, energie, sociale. La nostra chiave di lettura – il Mediterraneo non è solo un’area di crisi e di tensioni ma anche uno straordinario bacino di risorse e potenzialità di sviluppo condiviso – ci ha consentito di interrogarci e riflettere sia sui dossier di maggiore rilevanza per noi, a cominciare dalla Libia, sia su come valorizzare un’agenda positiva a partire dai “beni comuni mediterranei” su cui è possibile fondare un’azione comune per lo sviluppo sostenibile che guardi anche all’insieme del continente africano.

Il 24 dicembre sono previste le elezioni in Libia.
Abbiamo riaffermato il nostro impegno affinché si tengano nei tempi previsti e in una modalità inclusiva e condivisa dai principali attori libici e internazionali. L’uscita delle forze militari straniere, accanto alla possibilità di istituzioni unitarie riconosciute da tutte le componenti, sono le condizioni per una reale pacificazione e stabilizzazione della Libia. Abbiamo poi potuto ascoltare la voce del nuovo Ministro degli Esteri del Libano sulla necessità delle riforme in quel Paese che da tempo soffre una pesante crisi finanziaria, sociale, politica. Abbiamo discusso di Siria, di Yemen, di Medio Oriente, di Sahel. Abbiamo ascoltato la voce delle Donne del Network delle Mediatrici nel Mediterraneo, abbiamo toccato con mano la potenzialità dei giovani che hanno partecipato al concorso di idee sull’innovazione nell’area Mena… E abbiamo potuto approfondire gli scenari inediti che si sono aperti dopo il ritiro della coalizione internazionale dall’Afghanistan. L’Afghanistan resta una priorità nella agenda internazionale: non possiamo permetterci una catastrofe umanitaria di dimensioni enormi né che quel Paese torni ad essere un porto sicuro per le organizzazioni terroristiche. Per questo anche i Med-Dialogues sono stati l’occasione per ribadire l’urgenza di uno sforzo straordinario sul piano degli aiuti umanitari e per rilanciare il nostro impegno a difesa dei diritti umani, in particolare delle donne afghane.

Da Lesbo Papa Francesco ha lanciato un accorato appello perché il “mare nostrum” non diventi, come già sta avvenendo, mare mortuum., e ha parlato di naufragio di civiltà…
Il messaggio che il Santo Padre ha mandato da Lesbo è un richiamo morale e politico incredibilmente forte e severo. L’Europa rischia di perdere la sua anima se contrappone sicurezza a solidarietà, apertura a identità. Il Mediterraneo non può diventare un cimitero senza lapidi, come ci ha detto Papa Francesco. Anche di questo abbiamo discusso a Med-Dialogues: l’Europa deve affrontare seriamente il fenomeno migratorio, non come un’emergenza temporanea ma come una questione strutturale che accompagnerà per decenni la nostra vita. I confini dell’Europa si possono difendere dalle minacce alla sicurezza se sapremo risolvere con regole nuove comuni il tema dell’asilo e dell’accoglienza dei migranti, non lasciando soli i Paesi di primo ingresso e collaborando con i Paesi di provenienza e di transito. E i trafficanti di esseri umani si potranno contrastare meglio e più efficacemente se sapremo offrire ai giovani che si muovono dall’Africa o dall’Asia canali legali per venire a studiare e a lavorare nel nostro Continente, magari per poi tornare nei Paesi d’origine. Il Presidente Draghi è riuscito a portare il tema al Consiglio Europeo, c’è una proposta su asilo e accoglienza che noi non riteniamo ancora soddisfacente ma è evidente che non è più possibile eludere il problema. Se l’Europa vuole essere un attore globale in politica estera dobbiamo liberarci del condizionamento che il tema “immigrazione” rischia di rappresentare nel rapporto con molti Paesi – in particolare dell’Africa – con i quali possiamo e dobbiamo cooperare per costruire progetti di sviluppo a beneficio di entrambi i continenti.

Prima Erdogan, ora Lukashenko: una moltitudine di disperati in fuga da guerre, disastri ambientali, sfruttamento assoluto, vengono utilizzati come arma di ricatto nei confronti dell’Europa. Erdogan è stato ripagato a suon di miliardi…
Non confonderei situazioni abbastanza diverse tra loro. La Turchia accoglie milioni di rifugiati anche sulla base di un accordo con l’Unione Europea che, in particolare di fronte alla crisi siriana e ai flussi straordinari che ne derivavano, ha cercato e costruito un equilibrio coinvolgendo Ankara. La situazione al confine tra Bielorussia e Polonia è una provocazione da parte di Lukashenko, una strumentalizzazione orribile di poveri disperati che cercano di fuggire da guerre e violenza. È giusto respingere con forza il tentativo del dittatore bielorusso di creare tensioni con l’Europa. Ma ciò non può essere fatto sulla pelle di persone che hanno diritto a richiedere asilo e che andrebbero accolte come esseri umani. In questo l’atteggiamento di chiusura di alcuni Stati Membri dell’Unione va superato, nessuno può chiamarsi fuori. L’Europa è la patria dei diritti ed è inconcepibile lasciar morire di freddo delle persone ai nostri confini. Spero che le parole del Papa possano smuovere qualcosa in quei leader che spesso rivendicano le radici cristiane dell’identità europea.

Nel mondo solidale, fatto di associazioni, ong, sindacati…, è forte la convinzione che l’Europa sia mossa, al di là delle dichiarazioni di principio, da un unico imperativo: esternalizzare le proprie frontiere. Non importa come. Come risponde?
Credo che il tema debba essere affrontato politicamente, non con gli slogan perché non esistono risposte semplici a problemi complessi. Le migrazioni sono figlie di tanti fattori: guerre, terrorismo, carestie, eventi climatici sempre più estremi e frequenti. Dobbiamo affrontare le cause profonde che spingono milioni di persone ad abbandonare le loro terre e a cercare rifugio altrove, spesso nei Paesi limitrofi, generando così nuovi elementi di tensione. Oltre l’80% dei rifugiati e sfollati hanno trovato accoglienza nei Paesi del Sud, in Africa, in Asia, in America Latina. Il fenomeno migratorio richiede un approccio olistico e complessivo: bisogna aumentare la cooperazione con i Paesi di provenienza e di transito, investire sul partenariato con loro per creare sviluppo, lavoro, impresa. L’Agenda 2030 indica obiettivi molto chiari e impegnativi che la pandemia da Covid19 ha allontanato. Ecco perché ora dobbiamo fare di più, accelerare sulla strada dello sviluppo sostenibile, della green economy e della lotta alle diseguaglianze. L’educazione e la formazione professionale sono strumenti essenziali per aiutare uno sviluppo di qualità in Paesi a basso reddito. Bisogna sostenere le organizzazioni internazionali – in particolare Unhcr e Oim – che aiutano le persone e i gruppi vulnerabili nei Paesi dove hanno trovato momentaneamente accoglienza. E bisogna spiegare i rischi connessi all’immigrazione illegale e contrastare il traffico di esseri umani che è nelle mani di organizzazioni criminali. L’Italia ha una politica che tiene insieme tutti questi aspetti. Ma è sempre più necessario che anche l’Unione si muova unitariamente e in modo solidale al suo interno.

Qual è, anche guardando al Mediterraneo, la portata geopolitica del “Trattato del Quirinale” firmato dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal presidente francese Emmanuel Macron?
Il Trattato del Quirinale è un traguardo molto importante che rafforza l’amicizia tra il nostro Paese e la Francia e indica una serie di terreni per accrescere la collaborazione tra noi. Sui diritti Italia e Francia condividono valori essenziali e sui principali dossier di politica estera – Nord-Africa, Mediterraneo, Europa – c’è una forte sintonia. Proprio ieri ho partecipato a Parigi all’evento di alto livello promosso da GCerf (Global Community Engagement and Resilience Fund) insieme al Governo francese e a G5 Sahel sulle iniziative per prevenire la radicalizzazione e l’estremismo violento nell’area del Sahel. Siamo impegnati con le comunità locali a sostenere progetti di educazione e sviluppo, in particolare rivolti ai giovani, in una regione in cui i gruppi criminali e jihadisti approfittano di povertà, esclusione sociale, mancanza di servizi essenziali, debolezza o assenza di istituzioni affidabili per fare proselitismo. A gennaio poi la Francia assumerà la presidenza dell’Unione Europea e noi lavoreremo perché si possano fare passi avanti anche sul tema dell’immigrazione.

L’ultima domanda la chiama in causa in quanto esponente qualificata del Partito democratica. Cosa ne pensa dell’ipotesi evocata da Luigi Di Maio dell’ingresso dei 5Stelle nel socialismo europeo?
È una questione sulla quale si è aperta una riflessione e una discussione nelle sedi del Partito del Socialismo Europeo. Se guardiamo alle scelte compiute in questi anni a livello di Parlamento Europeo vediamo che i parlamentari del M5S hanno votato il più delle volte come quelli del Gruppo dei Socialisti e dei Democratici. In Italia condividiamo l’esperienza di governo ormai da alcuni anni e anche nelle elezioni amministrative più recenti le esperienze di alleanze locali sono state diverse. Mi sembra ci siano le condizioni per un percorso nei tempi e con i passaggi necessari.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.