Che cosa sarebbe successo, se in un qualunque Paese africano fosse stato processato un cittadino italiano a sua insaputa? Se quel cittadino italiano non fosse stato, per caso o per una sua volontaria sottrazione, mai raggiunto dall’autorità giudiziaria di quel Paese con la notifica delle indagini a suo carico e della decisione della magistratura di rinviarlo a giudizio? “Saremmo scesi in piazza tutti quanti contro questa barbarie”.

Facciamo nostre le parole dell’avvocato Davide Steccanella, che in quanto difensore di Cesare Battisti ha una certa esperienza di processi con imputati “assenti”, e che definisce “ineccepibile e ovvia” la sentenza con cui la corte d’assise di Roma ha azzerato il rinvio a giudizio dei quattro 007 egiziani accusati del rapimento, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni. Ma un conto è per l’imputato, aver avuto la possibilità di scegliere, dopo esser stato informato, se presenziare o meno al processo. Era il caso appunto di Cesare Battisti, a lungo latitante e lontano dall’Italia. Altra è la situazione dei colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, che non hanno mai saputo in via ufficiale di essere stati indagati e poi rinviati a giudizio per reati gravissimi, il sequestro di persona, le lesioni personali aggravate e il concorso in omicidio.

Quello di cui è stato vittima Giulio Regeni è una tragedia che non si può dimenticare, una ferita che ti si attacca alla pelle come un male incurabile. E va a merito dei genitori e della sorella del giovane ricercatore il fatto di aver tenuto alto il ricordo con passione e dignità. Anche se il processo per ora però non si può celebrare. Per una sentenza “ineccepibile e ovvia”, che non viene però accettata dalla stampa italiana. Come se fosse normale il fatto che i quattro investigatori egiziani che, per quel che ne sa, appaiono colpevolissimi dei reati di cui sono accusati, non abbiano potuto (o voluto) avere notizia del processo ed esercitare il legittimo e imprescindibile diritto di difesa. Non è possibile che questo concetto-base delle regole del diritto che chiunque di noi rivendicherebbe per sé non sia capito dal nostro sistema di informazione.

Pure, ecco un po’ di titoli di ieri. “Regeni processo azzerato”, il Corriere. “Regeni l’ultima offesa” la Stampa. “Processo farsa”, il Giornale. “Altro schiaffo, 007 egiziani accontentati”, il Fatto. “Regeni, decisione choc” la Repubblica, che accompagna la cronaca con un commento di Carlo Bonini, “Quando la democrazia garantisce i diritti di chi li calpesta”. Titolo assai veritiero. Perché risponde a verità il fatto che l’ex premier Giuseppe Conte, che lo ha testimoniato nei giorni scorsi, per ben quattro volte ha tentato invano di sensibilizzare il presidente egiziano Al Sisi. Così come è vero che non hanno avuto molto successo le 64 rogatorie. Tutto vero. Ma occorre ricordare ancora che il diritto è soprattutto forma, e guai se non fosse così? Se è vero, come leggiamo, che il giudice dell’udienza preliminare avrebbe “trovato un varco interpretativo” per poter rinviare a giudizio persone non informate (in via formale, certo, ma è quel che conta) delle indagini a proprio carico, cascano veramente le braccia. E non si può proprio sentire il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco mentre dice “…sono convinto che oggi i quattro imputati sappiano che qui si sta celebrando la prima udienza”, pur conoscendo benissimo, tra l’altro, un’informativa dei carabinieri del Ros del 7 aprile 2020 che evidenziava come nei media egiziani i nomi dei quattro investigatori non fosse mai comparso.

Magistrati coraggiosi? No, imprudenti, sia il pm che il gip. Volutamente ignoranti della norma e della giurisprudenza italiana e anche della Corte europea dei diritti umani. È lo stesso coraggio che si chiedeva alla corte d’assise, scrive Bonini su Repubblica. E no, caro collega. Il vero coraggio è quello di applicare il diritto. Quello formale, sì. Che è l’unico titolato a rendere giustizia a tutti, agli imputati come alle vittime.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.