«Meno male che ci sono le lanterne verdi, accese in più e più case a ridosso dei confini orientali dell’Unione, a segnalare che la pietà non è morta e che la civiltà d’Europa non è tutta crocifissa in cima a reticolati taglienti come flagelli». Così scriveva martedì scorso il direttore di Avvenire Marco Tarquinio in prima pagina per accompagnare una immagine durissima: la foto del simbolo dell’Europa unita che al posto delle stelle ha il filo spinato. Una prima pagina che ha fatto giustamente molto rumore: un monito, uno schiaffo, forse anche un balsamo…

Meno male, scriviamo noi oggi, che ci sono i cattolici che non stanno zitti davanti all’orrore che sta accadendo sotto i nostri occhi, a due passi da casa nostra, nella nostra stessa Europa. Meno male che Avvenire – il giornale della Cei, cioè dei vescovi italiani – c’è, perché la prima pagina di martedì scuoteva l’anima degli indifferenti e faceva sentire chi si dispera per quello che sta accadendo al confine tra Polonia e Bielorussia meno solo, meno disperato, meno impotente. Le immagini che arrivano da quelle terre – ha ragione Tarquinio – sono un atto di accusa nei confronti dell’Europa, incapace di intervenire, di far finire la mattanza di esseri umani. «Eppure è un fatto – scrive ancora Tarquinio -: il filo spinato sta sostituendo le stelle sopra le terre d’Europa. Da Est a Ovest, da Nord a Sud». L’altro giorno un migrante intervistato raccontava le torture subite dalla polizia polacca per ricacciarlo in Bielorussia. Ripeteva: “Non sono umani, non sono umani, non sono umani…”. Come fare a non piangere, a non disperarsi. Ma anche come fare a non incazzarsi.

Il silenzio dell’Europa, il suo fallimento, ricade sulla politica tutta: si litiga per i motivi più assurdi, si alzano bandierine che non hanno niente a che fare con le questioni serie e poi davanti al dramma di migliaia di persone, la politica non ha la forza, l’intelligenza e l’umanità di dire: fermi tutti. Questa è la priorità, questa è la nostra priorità. Invece anche ieri Conte si è arrabbiato, ma tanto tanto, a tal punto da perdere la brocca, perché non ha avuto il suo posticino in Rai. Non per chi muore, non per i bambini e le bambine che vagano nei boschi senza cibo, né un tetto.
Il confine tra Bielorussia e Polonia arriva dopo il cimitero del Mediterraneo, dopo la rotta balcanica, dopo Calais. Tutti drammi che ancora vivono, tutte vite umane che continuano a essere ignorate. Oltre alle associazioni impegnate in prima linea nell’accoglienza e i cattolici, il silenzio rispetto a quello che sta accadendo è insopportabile, non può più essere tollerato.

Lo stesso giorno in cui Avvenire mostrava il filo spinato al posto delle stelle europee, anche noi del Riformista abbiamo titolato la foto di prima pagina puntando il dito dalla stessa parte: “L’Europa si salva, se salva i migranti”, titolo di un bellissimo articolo di Gianfranco Schiavone. La scommessa, è evidente, riguarda anche noi: perché quando si parla del futuro dell’Europa, della sua dimensione politica, stiamo parlando anche di noi, di quale comunità vogliamo costruire. È per questa ragione che non possiamo più stare a guardare, che non possiamo abbandonare chi sta urlando, non possiamo lasciare soli associazioni e cattolici. Abbiamo un’unica strada da percorrere: far sentire presto e forte anche la nostra voce.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica