Le acque del mediterraneo si stanno scaldando, e non è colpa solo del cambiamento climatico. A quanto pare per l’Italia ci sono cose più importanti dell’omicidio di Giulio Regeni e della detenzione (che ormai dura da quasi due anni) di Patrik Zaki. Se da una parte questi due tragici eventi vengono utilizzati per mettere sul banco degli imputati il regime di al Sisi, dall’altra i rapporti con l’Egitto vengono intessuti sotto la coperta mimetica delle fiere militari.

Il presidente Abdel Fattah al Sisi ha inaugurato in pompa magna il 29 novembre la seconda edizione dell’Egypt defence expo (Edex). Sui cartelloni che pubblicizzano l’evento c’è però anche il nome di Fincantieri, partecipata al 76 per cento dallo stato italiano attraverso Cassa depositi e prestiti, così come Mbda (già sponsor della prima edizione del 2018), consorzio missilistico europeo proprietà al 25 per cento di un’altra società italiana che opera nella difesa, nell’aerospazio e nella sicurezza, Leonardo (e di cui il ministero di Economia e Finanza è proprietario al 30%).

La sponsorizzazione di Fincantieri è stata annunciata nel 2020 prima che la fiera fosse rinviata causa pandemia. Il rapporto, dicono dall’azienda “si concretizza nella partecipazione e nel dare visibilità all’evento”, e ci tengono a precisare che sicuramente c’è stato un esborso economico, sono cose che si fanno normalmente alle fiere militari. L’Egitto – puntualizzano senza rispondere sulla cifra versata – non è nella blacklist, è tutto alla luce del sole”. Neanche da Mbda hanno voluto far sapere quanto è stato l’esborso per essere ‘platinum sponsor’ della manifestazione: Le sponsorizzazioni sono decise al livello di Mbda Gruppo che include anche aziende di altri paesi, nello specifico di Mbda Italia non c’è stata nessuna sponsorizzazione”.

Sono tredici in totale le società italiane presenti con i loro espositori al Cairo come Beretta, Intermarine e Aiad (la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza), membro di Confindustria e presieduta dall’ex sottosegretario alla Difesa del Berlusconi IV (ora in FdI) Guido Crosetto. Inutile dire che gli Usa hanno il maggior numero di aziende rappresentate, seguiti dalla Cina. Tutti presenti per attirare gli investimenti degli sceicchi del Golfo Persico.

L’Edex raccoglie stando espositivi di 400 aziende dell’industria bellica arrivate al Cairo da 42 paesi. Le imprese italiane sono in buona compagnia, ci sono anche l’americana Boeing e la francese Dassault aviation che è finita sotto accusa da un’inchiesta giornalistica per aver fornito ai servizi di sicurezza egiziani sistemi di spionaggio che sarebbero stati utilizzati per monitorare dissidenti e attivisti anti al Sisi. Il presidente egiziano ha presentato lunedì all’Edex, dove mette in mostra la sua forza militare, il primo drone costruito in Egitto.

Il paese delle piramidi non è più da tempo confinato nella valle dei faraoni, lontano dal mare, e si affaccia sul mediterraneo con prepotenza potendo vantare uno degli eserciti più robusti dell’area Mena (medio oriente e nord Africa). Nel giro di 10 anni, dalla rivoluzione del 2011, la spesa media annuale dell’Egitto è aumentata vertiginosamente del 161 per cento, concentrandosi – secondo i dati del report dello Stockholm internationale peace research institute – nel biennio ’14-’15, appena dopo l’insediamento del generale al Sisi alla presidenza.

Nelle classifiche mondiali l’Egitto si trova in posizioni di assoluta rilevanza per quanto riguarda le spese militari: tredicesimo subito dopo l’Italia e prima di Israele e Germania, nell’aviazione è decimo mentre nella marina settimo. È proprio in quest’ultimo settore che ha fatto gli ultimi acquisti. Due fregate italiane (del costo per il nostro stato di 1.2 miliardi, ma rivendute ad al Sisi a 990 milioni), due navi francesi, quattro sottomarini e quattro navi tedesche. Una spesa complessiva che si aggira sui 5.5 miliardi di euro, a cui si aggiunge l’inaugurazione in giugno della più grande base navale egiziana sul mediterraneo, costruita nella costa nord occidentale, vicino al confine con la Libia e chiamata ‘3 luglio’, giorno dell’insediamento del generale alla presidenza nel 2013.

Se è vero che la guerra porta profitti, le tensioni generate nelle sempre più calde acque del mediterraneo lo sono ancora di più per le aziende belliche di tutto il mondo. Forse l’unico modo per ricordare ai produttori di armamenti italiani le storie di Regeni e Zaki sarebbe chiamare delle fregate con i loro nomi, ma poi chissà a chi le venderebbero.

Riccardo Annibali