Il matrimonio politico
Alemanno e la contraddizione Vannacci: un testimone prezioso dell’inferno-carcere che sposa chi nega i diritti umani
Gianni Alemanno ha detto cose che meritano di essere ascoltate. Uscito dal carcere di Rebibbia dopo un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni — trentanove dei quali scontati grazie all’art. 35-ter ord. pen., il rimedio che l’Italia si è inventata dopo la condanna di Strasburgo per trattamenti inumani e degradanti — ha rilasciato un’intervista a Gaia Tortora che vale più di mille convegni. Celle progettate per quattro che ne ospitano sei.
Studio, lavoro, reinserimento: privilegi per pochi, non diritti per tutti. Il sovraffollamento condanna il detenuto al tedio, alla noia coatta, all’impossibilità di svolgere attività rieducative: la sola ragione per cui la pena, secondo Costituzione, dovrebbe esistere. Un ultraottantenne con la grazia presidenziale ancora dentro, bloccato da pastoie che nessuno aveva sciolto. E quella frase sull’orizzonte: «Quello che davvero manca a chi è detenuto è la visione dello spazio esterno». In carcere non si vede lontano. Solo muri.
Come ripete Beccaria da quasi tre secoli, una pena che degrada non corregge: corrompe. Il carcere italiano — 64.000 detenuti in celle pensate per 47.000, affollamento al 139% — viola ogni giorno l’articolo 3 della Convenzione europea, quello che proibisce i trattamenti inumani e degradanti. Non è un’opinione: è giurisprudenza di Strasburgo, che l’Italia conosce bene perché ne è stata destinataria più volte. E quando un condannato che ha vissuto quel degrado alza la voce, va ascoltato. Senza sconti, ma va ascoltato.
Ed è qui che nasce il problema. Perché Alemanno non è andato solo a cena con Vannacci: già a marzo, dal carcere, aveva sciolto il suo movimento Indipendenza dentro Futuro Nazionale. Lo stesso Vannacci che predica la remigrazione, teme che i bambini italiani diventino «come i panda», sostiene che il femminicidio non esiste e guarda a Mosca con più simpatia di quanta ne riservi a Bruxelles. Un personaggio le cui idee sui diritti fondamentali sono diametralmente opposte a quelle che Alemanno ha espresso davanti alle telecamere di Tortora.
Chi denuncia che in carcere si violano i diritti umani, e poi aderisce al partito di chi quei diritti vorrebbe contrarre per legge, produce una contraddizione che non si risolve con la buona volontà. I diritti o sono universali o non sono. Se lo sono per i detenuti italiani — e lo sono —, lo sono per ogni soggetto di diritto, senza distinzione di provenienza o condizione. Alemanno testimone del carcere: sì. Alemanno alfiere della remigrazione: no, grazie.
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