Gianni Alemanno lascia Rebibbia con 39 giorni di pena in meno. Non un atto di clemenza: è l’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, il rimedio che lo Stato si è dato dopo la condanna di Strasburgo nel caso Torreggiani, per chi ha scontato la pena in condizioni inumane e degradanti. 39 giorni di sconto significano 390 giorni passati in una cella che violava l’articolo 3 della Convenzione: un giorno restituito ogni dieci di trattamento contrario alla dignità.

Si fermi un attimo il lettore sul meccanismo. Lo Stato non perdona: paga. E paga un debito che ha contratto con sé stesso, perché quella cella illegale l’ha costruita, riempita e gestita lui. Per chi è ancora dentro, il conto si salda in giorni di libertà; per chi ha finito la pena, in denaro: 8 euro al giorno.

È il prezzo di listino della dignità di un detenuto, fissato per legge. I 390 giorni di Alemanno, monetizzati, varrebbero poco più di 3mila euro. Beccaria insegnava che ogni pena la quale ecceda la stretta necessità è, semplicemente, ingiustizia. Una cella sotto i tre metri quadri è esattamente quell’eccesso: una sovra-pena che nessun giudice ha mai pronunciato e che lo Stato infligge per pura arretratezza.

E allora la domanda si rovescia. Se la detenzione in quelle condizioni è tanto illegale da meritare un risarcimento, perché continuare a infliggerla per poi scontarla a rate? Dove il rischio di recidiva è minimo o nullo, la risposta razionale non è il rimborso a posteriori: è la misura fuori dal carcere, prima. Lo Stato che ti restituisce 39 giorni ha confessato, nero su bianco, di averti tenuto dove non poteva. La vera notizia non è che Alemanno esca ora. È che gli altri restino, al modico prezzo di 8 euro al giorno.

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