Quali sono le radici intellettuali dell’ideologia riformista? Come molti concetti politici della modernità, le radici sono teologiche. In questo caso coincidono con l’origine del Protestantesimo. “Ecclesia semper reformanda” è una tesi che tradizionalmente si attribuisce a Lutero e che in realtà nacque nel movimento di stampo pietistico delle chiese riformate olandesi. Non ci si può quindi stupire che l’ideologia riformista abbia trovato una solidissima e costante avversione nei Paesi di religione e cultura cattolica. E il fatto che Papa Francesco abbia voluto usare questa espressione in una sua omelia del 2013 non cambia il passato e probabilmente cambierà poco il futuro. Vanno distinti, storicamente e concettualmente, due significati di “riformismo”. Il primo si riferisce alle istituzioni politiche. Il secondo alle istituzioni amministrative. Questo secondo significato è in realtà ben poco controverso, perché la necessità di riformare, se non continuamente, con regolarità, le amministrazioni, è una semplice esigenza di razionalità strumentale, che vale per ogni tipo di regime politico.

Joseph de Maistre espresse in modo mirabile l’opposizione cattolica e giusnaturalista all’idea di poter riformare radicalmente le istituzioni politiche: «Nessuna nazione può darsi la libertà se già non la possiede. Quando comincia a riflettere su se stessa, le sue leggi sono già fatte. L’intervento umano non arriva al di là dello sviluppo dei diritti che già esistevano ma che erano misconosciuti o contrastati. Se gli imprudenti oltrepassano questi limiti con riforme temerarie, la nazione finisce per perdere quello che possedeva, senza ottenere quello che vuole. Da ciò deriva la necessità di non innovare se non molto raramente, e sempre con moderazione e tremore». A volte si è affermato che de Maistre sia stato l’inventore del paradosso delle riforme, che in Italia venne diversi anni fa reso popolare da un noto giurista torinese: ovvero, le riforme sono o impossibili o inutili. Sono impossibili perché un sistema che non funziona non può neanche riformarsi. Sono inutili, perché se un sistema è capace di riformarsi allora ciò significa che esso funziona.

In Italia, anche per la ragione appena esposta, il riformismo fa parte del desiderio del “completamente altro”. È la voglia di essere una nazione e un Paese che siano diversi da quello che è stato nella storia e che è nel presente. Imitando sostanzialmente l’evoluzione dei partiti marxisti nei Paesi protestanti e le loro politiche di governo. Lo Stato laico e liberale risorgimentale ha contrastato efficacemente la teologia politica cattolica per alcuni decenni. Poi, dopo il fascismo, con la Costituzione del 1948 la teologia politica cattolica è ritornata a prevalere. Ha affrontato lo scontro con la teologia politica comunista. E ha vinto, con ampio aiuto di Reagan e della Thatcher, certamente non dei Gesuiti. Il partito comunista è stato inglobato dal partito cattolico, come dimostra la storia e l’attualità del Partito democratico. Si è realizzata la volontà di Dossetti. Tranne il particolare che Dossetti voleva l’abbraccio del cattolicesimo al comunismo perché pensava che il comunismo avrebbe trionfato nel mondo.

Il comunismo è fallito ed è crollato. Sopravvive solo in Italia, di tutto il mondo occidentale, grazie ai cattolici. Sopravvive senza più ideali, solo come perfetta struttura di potere, del tutto indifferente ai risultati elettorali. Ha preso dal cattolicesimo la parte peggiore, ovvero il clericalismo, che coniuga meravigliosamente con la struttura burocratica del Partito comunista italiano, quella sì mai sciolta.

Conclusione: per realizzare i propri ideali oggi, in Italia, i laici sbaglierebbero a invocare il riformismo. Non vi è bisogno di riforme, ma di rivoluzioni.