È assai probabile che già oggi, al massimo domattina, i quasi duemila hub vaccinali aperti in tutta Italia possano riprendere a pieno ritmo la vaccinazione con le fiale di Astrazeneca. L’Ema, l’agenzia europea del farmaco, del resto non può correggere uno stop che non ha mai dato. Uno stop di tre-quattro giorni pieni che il generale commissario Francesco Paolo Figliuolo ha calcolato in circa 200 mila persone non vaccinate che però potranno essere «riassorbite in circa due settimane». È stato un danno, certamente. All’Europa prima di tutto. E per i rigurgiti del populismo no vax che ritrovano agio dopo la ritirata impietosa degli ultimi anni. Un danno risolvibile, pare e per fortuna, sul piano sostanziale. Meno sotto il profilo emotivo visto che i sondaggi dicono che un italiano su due è stato condizionato dall’affaire Astrazeneca.

Per il governo Draghi un imprevisto col sapore della trappola: tra sabato e domenica il premier, convinto prima ancora di mettere piede a palazzo Chigi che i «vaccini sono la prima emergenza economica del paese», aveva lanciato il nuovo piano vaccinale. Un piano “militare” affidato al generale Figliuolo che deve portare l’Italia all’immunità di gregge dell’80% entro settembre/ottobre e le cui divisioni armate sono quattro: Astrazeneca (40 milioni di dosi su un totale di 220 entro la fine dell’anno); Pfizer-Biontech; Moderna; Jannsen. È chiaro che quando lunedì pomeriggio il ministro della salute Roberto Speranza ha comunicato al premier la decisione condivisa con i tre colleghi europei (tedesco, francese, spagnolo), Draghi non c’è rimasto bene. E neppure Figliuolo. Palazzo Chigi smentisce che il premier abbia “subìto” la decisione dello stop. Di sicuro se l’è trovata sul tavolo. E l’ha dovuta gestire cercando di limitare i danni. Non è detto che un danno sia sempre figlio di un errore. E non si tratta qui di trovare uno o più colpevoli. È utile, però, e necessario, capire bene cosa è successo e conoscere il contesto politico e di business in cui è avvenuto lo stop&go.

Una premessa: i vaccini per il Covid sono stati messi sul mercato dopo le varie valutazioni cliniche con una velocità mai vista. Ma nel rapporto rischi e benefici, questi ultimi sono sempre in assoluto di gran lunga maggiori. La contabilità sui morti per Covid dovrebbe togliere ogni residuo dubbio: i 431 decessi di ieri e i 502 dell’alto giorno sono persone che non hanno potuto vaccinarsi in tempo utile. Lo stop alla somministrazione di Astrazeneca è stato deciso dalla politica e non dagli enti regolatori sui farmaci. Né europei né nazionali. O meglio, Aifa, l’Agenzia del farmaco italiano, ha comunicato lo stop lunedì pomeriggio intorno alle 16 dopo “l’ordine” del ministro Speranza e pur continuando a sostenere la validità del vaccino. Aifa dovrebbe essere autorità indipendente. In questo caso non lo è stata. Identica decisione a quella italiana è stata presa in Germania, capofila della scelta, e a seguire da Parigi e Madrid dopo una call tra i quattro ministri della Salute.

La Germania ha deciso perché nell’ultima settimana sono state segnalate “reazioni avverse” ad Astrazeneca nella forma di una specifica forma di trombosi. Quattordici casi, sette in Germania e sette in Danimarca, su circa tre milioni di vaccinati. L’Istituto tedesco Paul Ehrlicht li ha classificati come “effetto collaterale superiore alla norma”. Angela Merkel alle prese con una campagna vaccinale che non decolla, un paese, anche la Germania, sfinito, e reduce da una domenica elettorale in cui la sua Cdu ha perso due lander su due, ha fatto la scelta: sospendere le somministrazioni in attesa che Ema faccia tutte le verifiche. Hai voglia di dire che è stata una scelta precauzionale, cautelativa e via con i sinonimi del caso. È stata una scelta emozionale, poco lucida, figlia di un momento non facile per la Cancelliera. A cui Italia e Francia non se la sono sentita di dire no. Ci sono state in questi giorni situazioni paradossali.

Lunedì, mentre dirigenti Ema erano in audizione davanti alla Commissione Sanità europea e allontanavano dubbi circa Astrazeneca, Berlino, Parigi, Madrid e Roma dicevano il contrario e stoppavano le somministrazioni. Martedì, mentre i responsabili dei centri vaccinali in Italia disdettavano gli appuntamenti a migliaia di persone, Emer Cooke, direttore esecutivo di Ema spiegava in una conferenza stampa/processo ascoltata in Eurovisione nei 27 paesi membri che «per il momento non ci sono indicazioni che il vaccino abbia causato gli episodi di trombosi»; che «il rapporto rischi/benefici rimane positivo». «Più che gli effetti dei vaccini – ha denunciato Cooke – su cui la nostra valutazione guidata dalla scienza e dell’indipendenza è continua giorno dopo giorno, mi preoccupano gli effetti di questa decisione sulla fiducia nei vaccini». L’Oms forse non è la Bibbia. Ma se «raccomanda di continuare la somministrazione» e aggiunge che «i vaccini contro il Covid-19 non ridurranno malattie o decessi per altre cause», è chiaro che lunedì Berlino, Parigi, Roma e Madrid hanno sbagliato. Merkel è stata criticata. Draghi e Macron martedì pomeriggio hanno fatto asse e hanno anticipato la ripartenza.

Ma tutto questo ancora non basta. C’è molto altro da dire. Un dato su tutti: solo nel 2021 si venderanno nel mondo 10 miliardi di dosi di vaccini. Un giro d’affari per Big Pharma tra i 120 e i 150 miliardi. Questo giro d’affari capita a cavallo della Brexit e Astrazeneca è “il vaccino inglese” sviluppato all’università di Oxford e in parte alla Irbm di Pomezia (Lazio, Italia). La Gran Bretagna è per metà già vaccinata, sarà la prima a ripartire forse già a giugno dopo i primi mesi disgraziati del 2020. Astrazeneca è il riscatto del governo Johnson e un primo passo fortunato per la Brexit. A contendere il grande business al “vaccino inglese” c’è Pfizer-Biontech, il vaccino americano-tedesco che il presidente Usa Joe Biden ha buttato sul mercato americano in dosi massicce per recuperare il disastro Trump. Il quale Trump, supporter della secessione euroscettica di Johnson, aveva anche finanziato il progetto Astrazeneca con 1,2 miliardi di dollari.

Ultimo dettaglio di questo puzzle sono i prezzi: il britannico Astrazeneca costa 2,80 euro a dose; il tedesco-americano Pfizer-Biontech ben 16 euro. Non è una guerra segreta. Ma è una guerra. Da cui derivano poi i tagli delle consegne, i dossieraggi sugli effetti collaterali. Senza contare che su quella torta da 150 miliardi hanno messo gli occhi anche Russia e Cina.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.