La geopolitica vaccinale prende il sopravvento: in questa fase della pandemia tutto dipende da poche grandi aziende farmaceutiche. E queste dipendono dagli accordi sugli ordinativi con gli Stati che pagano meglio. I prodotti farmaceutici Pfizer, Moderna e AstraZeneca detengono le chiavi non solo della nostra salute, ma della nostra libertà e della ripresa economica dei singoli Stati. Chi possiede e distribuisce meglio i vaccini ottiene un incalcolabile beneficio diretto e indiretto, in termini di vite salvate ma anche di rilancio dell’economia nazionale, sotto ogni profilo. È alla luce di questa considerazione che possiamo leggere gli ultimi eventi in casa AstraZeneca. L’azienda anglo-svedese ha sede a Cambridge e ha concluso con il governo di Boris Johnson un accordo dai contorni ancora opachi che sembra aver precluso il pieno rispetto degli accordi di fornitura con l’Unione Europea.

Esaminiamo l’accordo di fornitura dei vaccini sottoscritto con la Ue. Nel contratto AstraZeneca si è impegnata a fornire all’Europa 300 milioni di dosi di vaccino, e la Commissione europea si riserva di chiederne altri 100 milioni in aggiunta. Nella parte relativa alle dosi iniziali, al punto 5.1 (sezione Manufacturing and supply), c’è scritto che AstraZeneca dovrà impiegare i suoi “best reasonable efforts” – i migliori sforzi possibili – per produrre le dosi iniziali “circa … 2020 … Q1 2021” dove Q1 indica il primo trimestre del 2021. Le consegne come è noto sono in ritardo. E gli episodi di reazione avversa che si sono avuti in più parti d’Europa potrebbero diventare, nelle mani dei governi che trattano con AstraZeneca, una carta in più per incidere sulla fornitura. I casi gravi sono pochi. “Meno delle aspettative”, rivela la casa madre. Lo stop arrivato dall’Ema l’altro ieri, a poche ore da una rassicurazione di segno contrario dell’Aifa, può essere meglio interpretato alla luce del braccio di ferro tra AstraZeneca e Unione Europea.

Il Financial Times, e prima ancora due quotidiani olandesi, il Nos e De Korrespondant, hanno ricostruito i contorni della vicenda che sta causando tanta tensione: AstraZeneca aveva pattuito una fornitura basata sulla produzione in quattro impianti, due in Uk, uno in Belgio nello stabilimento di Seneffe e uno in Olanda. I primi due funzionano a pieno ritmo ma la Brexit ha imposto le sue regole: tutti i vaccini che vengono prodotti nei confini Uk, rimangono nel Regno Unito. Lo stabilimento belga è ingolfato e in ritardo, quello olandese a Leiden, gestito dalla Halix, risulta inattivo. Non produttivo. Le ragioni? Ema gli ha chiesto certificazioni che non sarebbero mai arrivate, come se qualcuno, malgrado l’estrema urgenza del momento, avesse deciso di rallentare l’entrata in funzione di uno stabilimento strategico per rifornire di vaccini l’Europa.

Il dottor Giorgio Gilestro è un professore di Neurobiologia all’Imperial College di Londra. È lui a dirci che «lo stabilimento olandese gestito dalla Halix funziona e sta inviando materiale nel Regno Unito. Una parte dei vaccini che hanno consentito a 23 milioni di sudditi della Regina di vaccinarsi è stato prodotto proprio in Olanda». Dunque lo stabilimento di Leiden lavora, ma non per l’Europa. «Ema è tenuta a fare ispezioni e verificare le conformità, ha chiesto certificazioni che l’ente inglese invece non necessita», ci viene spiegato. Ma non è tutto. Contattando i reporter olandesi che indagano sul caso, in particolare Thomas Spekschoor del Nos, ci viene detto che Halix appena aveva ricevuto il mandato da AstraZeneca di produrre il vaccino in Olanda, aveva richiesto al governo un finanziamento per mettersi in condizione di soddisfare da subito una ingente richiesta di fiale.

Una richiesta pressante, che il governo olandese aveva subito preso in considerazione favorevolmente. Quando la somma richiesta è stata accantonata, Halix ha fatto sapere di non averne più bisogno, informando di averla ricevuta da un importante investitore inglese. Solo dopo le insistenze delle autorità olandesi e della stampa locale lo stabilimento farmaceutico ha ammesso che quell’importante investitore non era un privato, bensì il governo di Boris Johnson. Downing Street. E da quel momento, nei fatti, la fabbrica dei vaccini che si era impegnata a rifornire l’Europa è diventata fornitrice di Sua Maestà, ingenerando una concatenazione di problemi sulla filiera e tradendo quel “best reasonable efforts” con cui AstraZeneca – sua appaltatrice – aveva sottoscritto il contratto con Von der Leyen. Alla luce di questo braccio di ferro si può leggere il blocco dell’export delle fiale AstraZeneca dirette in Australia a Fiumicino, il 5 marzo scorso: l’intervento del governo italiano, coordinato dalla Commissione Europea, aveva bloccato una partita di vaccini in partenza per l’Australia, provocando una forte reazione da parte di Boris Johnson: «La decisione italiana mette a rischio la lotta al virus».

Ieri sulla sicurezza del vaccino si è espressa l’Ema, dando indicazioni incoraggianti in una prima conferenza stampa, nell’attesa del verdetto sulla sicurezza di AstraZeneca, atteso per domani. Ma a sottolineare come si tratti di geostrategie, prima che di farmaceutica, di AstraZeneca hanno parlato ieri sera in una conversazione telefonica il presidente del Consiglio Mario Draghi e il Presidente francese, Emmanuel Macron. C’è accordo nel considerare la sospensione solo come misura temporanea e cautelativa. «In caso di conclusione positiva dell’analisi dell’Ema, i due leader sono pronti a far ripartire speditamente la somministrazione del vaccino AstraZeneca». Ma dietro le quinte si tratta. L’adesione tardiva ma molto importante della Svezia al blocco dei paesi europei che hanno sospeso AstraZeneca mette la governance dell’industria farmaceutica nell’angolo. E da sempre più parti si chiede all’Unione Europea di liberare i brevetti e rendere riproducibile i vaccini.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.