La crisi porta avanti le lancette dell’orologio. Non più le 72 ore che sarebbero scadute domenica sera e che il premier Conte s’era dato come limite per risolvere lo stallo della crisi. Ora la lancette sono posizionate su mercoledì della prossima settimana (27 gennaio) quando il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede svolgerà al Parlamento la relazione annuale della Giustizia. «È la prova del fuoco e si vedranno quali sono le reali intenzioni» diceva ieri Bruno Tabacci, classe ’46, mantovano, democristiano da quando aveva 18 anni e da allora sempre in politica, a palazzo Marino a Milano e in Parlamento dove detiene il simbolo del “Centro democratico”, la ciambella cui Conte affida la sfida di trovare una nuova maggioranza. Il suo gruppo Centro democratico è salito da ieri a 13 componenti alla Camera con l’innesto di Polverini, ex Fi, e Lo Monte, ex Lega. Ma, al di là di questo, il reclutamento dei costruttori segna il passo. Stallo.

Da settimane Tabacci cuce una rete centrista in Parlamento che ha come riferimento politico Giuseppe Conte. Lo ha esplicitato lunedì scorso nel suo intervento con cui ha garantito la fiducia al governo. Anche ieri è entrato a palazzo Chigi subito dopo pranzo calzando sulla testa il cappellino di lana. «Ho incontrato Di Maio» ha detto uscendo un paio d’ore più tardi. «I numeri non ci sono ancora, vedremo mercoledì. Io penso che ci sia la possibilità di rafforzare la maggioranza ma questa passa attraverso un nuovo governo. E per togliere qualsiasi equivoco, ritengo che il presidente Conte sia l’unico punto di equilibrio di questa coalizione. L’alternativa sono le elezioni».

Se la lancette vengono portate avanti, da qui a mercoledì sono giorni e ore di trattative che aprono e chiudono a ogni scenario. Una storia ancora non scritta. Di cui ogni giorno si scrive un capitolo. E tutto ciò che accade e può sembrare definitivo in realtà non lo è. Situazione fluida. O liquida. Come piace di più. Con alcuni tasselli che diventano fissi col passare delle ore.
C’è un destino in questa nuova scadenza. Un anno fa, di questi tempi, quando il Covid era ancora una notizia che rimbalzava lontana dalla Cina, il Conte 2 era proprio alle prese con una “crisi” di maggioranza sui temi della giustizia. Sulla prescrizione “infinita” che il ministro e il Movimento avevano imposto e issato come una bandiera identitaria contro il malaffare e la corruzione. Avvocati e magistrati sul piede di guerra. Italia viva spingeva per il congelamento della misura almeno fino a quando non fosse entrata in vigore una reale riforma del processo penale.

Il Pd, anche allora, mediava tra l’anima garantista della maggioranza e quella giustizialista. La pandemia ha spazzato via tutto. Tranne la prescrizione Bonafede che è in vigore mentre la riforma del processo penale è ancora in Commissione giustizia. In compenso, fra le tre riforme chiave che l’Europa ci chiede di realizzare per aver accesso ai fondi del Recovery plan, c’è proprio quella della giustizia. Non è stata fatta in trent’anni. Difficile immaginare che si possa fare ora in pochi mesi.

Un anno fa la pandemia mise tutto in secondo piano. Il destino riporta il nodo giustizia in primo piano oggi. Italia viva ha già detto che non voterà la relazione. Tra i centristi di destra e di sinistra il giustizialismo grillino è una delle spine che fa sanguinare di più. Difficile, per Conte, conquistare voti e allargare la maggioranza su un dossier del genere. Di sicuro non con quei sei senatori centristi che tra Udc e Cambiamo (il gruppo di Toti) potrebbero forse essere sensibili ma di sicuro non legano il loro nome a Conte e proprio sulla giustizia. L’Udc è stata, per l’appunto, appena travolta da un’inchiesta anti ‘ndragheta che, a prescindere da quello che succederà, ha messo fuori gioco il segretario Cesa e Francesco Talarico, l’assessore al bilancio della Regione Calabria. A conferma del passaggio stretto, ieri Mastella ha parlato a nome della moglie, la senatrice Lonardo appena reclutata tra i Responsabili/Costruttori. «Difficile – ha annunciato – che la senatrice Leonardo possa votare la relazione del ministro Bonafede». La moglie indagata fu tra le cause della caduta del secondo governo Prodi il 14 gennaio 2008.

Per il resto quella di ieri è stata una giornata di continui posizionamenti, messaggi, appelli, aperture e chiusure. Conviene osservarle dai vari punti di vista. Quello del Quirinale, prima di tutto. Il presidente Mattarella è una sfinge e non lascia trapelare neppure un’alzata di ciglio sugli incontri avuti con Conte e la delegazione di centrodestra. Sappiamo solo, e sono considerazioni tecniche, che il Capo dello Stato ha chiesto di “fare presto e bene”. Sono noti i suoi richiami alla grammatica della crisi. E di sicuro avrebbe preferito le dimissioni di Conte subito dopo l’uscita dalla maggioranza di Italia viva. Un modo per chiudere in fretta una crisi che poteva essere pilotata. Ma le dimissioni sono un passaggio che il premier esclude. Sarà costretto, soprattutto se dovesse far entrare in maggioranza un nuovo gruppo parlamentare. Giovedì sono saliti Meloni, Salvini e Tajani (voto o governo di unità nazionale fino a giugno, prima del semestre bianco). Sono rimasti sorpresi che Mattarella non abbia fatto loro alcun cenno all’imminente delega all’intelligence che il premier avrebbe assegnato da lì a poche ore. Anzi, offesi. «È impossibile che il Capo dello Stato non fosse a conoscenza della decisione di Conte – dicevano ieri fonti di centrodestra – il fatto che non abbia voluto condividere con noi la nomina dell’ambasciatore Benassi, è stato da noi vissuto come uno sgarbo istituzionale.

Ecco, la nomina di Pietro Benassi, appunto. Quello della delega dell’intelligence è stato uno dei nodi più discussi di questa crisi. Oltre Italia viva anche il Pd ne ha fatto una questione di principio dopo le difficoltà nella gestione di alcuni dossier (rapporti con amministrazione Trump e Libia). Pietro Benassi è un eccellente diplomatico da due anni alter ego di Conte a palazzo Chigi. Di sicuro non è una nomina politica e non va ad aprire caselle di governo utili alla trattativa per la nuova maggioranza. Conte ha deciso di chiudere il dossier intelligence dopo mesi di stallo. Ieri pomeriggio ha firmato il decreto di nomina dei due vicedirettori dell’Aise (il suo consigliere militare Carlo Massagli e il generale della Guardia di Finanza Luigi Della Volpe) e il vicedirettore dell’Aisi dove va il generale dei Carabinieri Carlo De Donno.

Se la ricerca dei responsabili è in stallo, tra Pd, 5 Stelle e Italia viva è stata una giornata segnata da un fitto scambio di lettere e messaggi. I deputati e senatori di Italia viva confermano di essere “compatti” sulla linea del leader Matteo Renzi. Anche per rispondere al pressing e alla tattica di Conte e delle segreterie dem di svuotare i gruppi di Italia viva. Dopo un’assemblea hanno lanciato un appello perché, a fronte della “difficile situazione sanitaria e dei drammatici dati economici” si torni a quella “soluzione politica che abbia il respiro della legislatura e offra una visione dell’Italia per i prossimi anni” e che è sempre stata la strada maestra di Iv nonostante la narrazione a reti unificate che li bolla come “sfascisti” e “irresponsabili” e concentrata sulla personalizzazione dello scontro Renzi-Conte.

All’offerta del tavolo con il patto di legislatura – vero e non annunciato – il premier sceglie di non rispondere. I 5 Stelle in coro dicono no. «Non ci sono margini per ricucire con Renzi, la porta è definitivamente chiusa», dice Vito Crimi. Anche un pezzo di Pd, il sottosegretario Martella, il ministro Amendola, Orlando, Bettini ritiene chiusa quella porta e vede una sola alternativa alla formazione del nuovo gruppo: il voto. Ma il Pd è diviso. E nonostante il Nazareno chieda di mantenere una sola linea nelle comunicazioni, cominciano a emergere dubbi e crepe. Quattro senatori (Pittella, Stefano, Nannicini, Verducci) definiscono il Pd il “partito del rilancio della legislatura”. Cioè trattare e non andare al voto. I capigruppo Marcucci e Delrio cercano di tenere calme le truppe in Parlamento. Anche i 5 Stelle non vogliono il voto. E cominciano ad affiorare dubbi su Conte. È una guerra di nervi. In fondo ci sono quasi certamente le dimissioni di Conte.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.