La partita dei ballottaggi si è conclusa con una netta vittoria del centrosinistra. Dopo che quattordici giorni fa il centrodestra si era assicurato la prima manche, conquistando Genova e Palermo, cioè la quarta e la quinta tra le più grandi città italiane. Il Pd, che al primo turno aveva preso parecchie botte, ha avuto la sua piccola rivincita soprattutto conquistando con largo margine le tre città più importanti tra quelle che andavano al ballottaggio.

E cioè Verona, dove l’ex calciatore della Roma Damiano Tommasi, che partiva sfavoritissimo in una delle città più di destra d’Italia, ha sbaragliato il sindaco uscente, Sboarina, con un 53,4 per cento contro 46,6. Per il centrodestra questo è un vero smacco. Così come è uno smacco la perdita di Catanzaro, dopo 16 anni, e cioè dell’unico capoluogo di regione dove si andava al ballottaggio e dove al primo turno il candidato del centrodestra era andato al voto senza l’appoggio di Fd’I. Ha vinto Nicola Fiorita con un netto 58 per cento. Mentre a Parma Michele Guerra ha riportato a sinistra la vecchia città emiliana, con un travolgente 66 per cento contro Pietro Vignali, ex sindaco (circa 10 anni fa).

Alla fine dei due torni, centrodestra e centrosinistra più o meno si equivalgono. 58 città al centrodestra e 53 al centrosinistra. È vero che il centrodestra ha preso le città più popolose (appunto: Genova e Palermo) ma è anche vero che partiva da una situazione più favorevole (governava in 54 delle città al voto mentre il centrosinistra governava solo in 48). Quanto al centrosinistra c’è anche un altro ragionamento da fare, che riguarda l’alleanza coi 5 stelle. I numeri dicono che il Pd ha vinto da solo in 38 città e ha vinto in alleanza coi 5 Stelle solo in quindici. E nella maggioranza di queste quindici avrebbe vinto anche senza l’alleanza coi 5 Stelle. Non è un dato indifferente. Il problema del campo largo, data la crisi dei grillini, è grandissimo. I dati dicono che al Pd conviene di gran lunga correre senza la zavorra a Cinque Stelle.