I detrattori, che sono a destra, a sinistra e al centro, si sbizzarriscono. Vanno da “l’isola che non c’è” alla squadra del Fantacalcio, dal “nulla totale” al “sogno” tendente al “miraggio”. Il centro non piace ai più e però esiste. Alla fine si tratterà di cambiargli nome. Oltre che trovargli un leader. Il candidato premier lo ha già: si chiama Mario Draghi (ma guai a dirlo all’interessato). Il coordinatore politico anche ed ha una zampetta dentro il Quirinale. Senza dubbio lo scisma di Di Maio, che ha avuto rifinitori eccellenti e capaci, va molto al di là dello sconquasso del Movimento 5 Stelle.

Inquieta e preoccupa i cultori del bipolarismo che temono il superamento dell’attuale legge elettorale e la resurrezione di un sistema proporzionale che è il convitato di pietra della maggior parte dei colloqui alla Camera e al Senato. Magari in autunno quando, a detta di molti, il quadro politico dovrà in un modo o nell’altro assumere una forma per il rush finale della legislatura più pazza del mondo. Che è stata una ma in realtà in cinque anni avrà avuto quatto o cinque vite. E allora, senza voler dare né una forma, né un ruolo a questo fantomatico “centro”, conviene analizzarlo per come si presenta adesso. Sapendo che è tutto in divenire. Una sorta di personaggi e interpreti di una storia ancora tutta da scrivere.

Cominciamo da Luigi Di Maio il cui nuovo partito “Insieme per il futuro” muove i suoi passi con al momento pochi ma definiti obiettivi: non essere un partito personale (così ha precisato lo stesso Di Maio) e condividere dal primo all’ultimo punto l’agenda del governo Draghi. Il ministro degli Esteri in questi dieci anni ha capito cosa vuol dire fare politica, ha imparato da molti errori commessi rispetto ai quali più che abiurare ne ha accettato il superamento. Così la parola “verità” ha preso il posto di “onestà”. Certamente più pragmatico. Con Di Maio dialoga in modo fisso e costante il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Bruno Tabacci. Che è stato anche il federatore – sconfitto – del Conte ter ma un secondo dopo è stato il più convinto supporter del governo Draghi. Così come già fece nel gennaio 2021 con i Responsabili per Conte – giochino mandato in frantumi da Italia viva e Matteo Renzi – Tabacci anche oggi mette a disposizione di Luigi Di Maio il proprio simbolo del “Centro democratico” per far nascere un vero gruppo anche al Senato.

Tabacci ha in mente un centro che però non dovrà essere sganciato dal Pd, che vada ad arricchire, insomma, il “campo largo” di Letta, un’altra figura mitologica dalla forma ancora assai incerta che in teoria dovrebbe andare da Di Maio a Leu. Con Di Maio interloquisce anche il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, uomo di centrodestra ma quello a trazione Forza Italia e non certo Fratelli d’Italia. Brugnaro lavora al Grande centro moderato da oltre un anno quando insieme a Giovanni Toti, lasciata Forza Italia per incompatibilità con la trazione sovranista, dette vita in Parlamento insieme anche con Gaetano Quagliariello e Paolo Romani, altri due ex di Fi, al gruppo “Coraggio Italia”. Bel gruppo che si è però rivelato ben presto poca cosa soprattutto per incompatibilità tra i leader. Coraggio Italia oggi non esiste più. Al suo posto è già nata “Vinciamo Italia”, capofila Marco Marin. E “Italia al centro” che Giovanni Toti lancerà il 9 luglio. Si tratta di due componenti – nessuno di loro ha i numeri per diventare gruppi parlamentari – che al momento entreranno nel gruppo Misto. Possiamo però dire che Marin e Toti, qualora l’area politica del centro non dovesse riuscire a strutturarsi, guardano più verso centrodestra. Brugnaro verso il campo largo di Letta. “Al di là dell’agenda Draghi, il nostro minimo comune divisore, non mi è chiaro cosa sia e dove voglia andare Insieme per il futuro”.

Non esiste ancora il Grande centro moderato. Eppure è già pieno di rivalità e rissosità. Di federatori e prime donne. Carlo Calenda, ad esempio, ha già detto che lui non va con nessuno. “Autosufficienza” proclama forte, pare, di sondaggi che danno Azione tra l’8 e il 10 per cento quando saremo in autunno. “La gara verso il centro è ogni giorno più affollata. Vecchi e nuovi protagonisti si spintonano per arrivare primi verso non si sa dove. Un indigeribile spettacolo di trasformismo ” commenta Osvaldo Napoli (Azione). Sullo sfondo gioca anche Silvio Berlusconi. Un pezzo di Forza Italia guarda al centro. I tre ministri – Gelmini, Brunetta e Carfagna – lavorano soprattutto per avere Draghi dopo Draghi. Il Cavaliere ieri ha promesso: “Forza Italia tornerà al 20%”. I ballottaggi diranno cosa resta del centrodestra. E anche Salvini potrebbe decidere che tutto sommato è preferibile una legge elettorale proporzionale.

La lista di attori e comparse non è ancora finita. Matteo Renzi è l’attore principale anche se non protagonista. È stato lui tre settimane fa a lanciare “l’area draghiana a cui va costruito il tetto”. Si muove, annusa, fa ipotesi: del resto il leader di Iv aveva non solo capito il collasso del quadro politico, ma anche previsto che il tasto avvio sarebbe stato pigiato nell’area 5 Stelle, il gruppo di maggioranza relativa che ha perso la maggioranza. Renzi non si sbilancia, gira l’Italia, presenta il libro, osserva. Intanto l’altro giorno è stato a Parigi e ha incontrato Emmanuel Macron. Il partito Renew Europe potrebbe sbarcare presto in Italia. E se fosse questo l’ombrello di aggregazione dei moderati?

Infine i sindaci. Dario Nardella, Giorgio Gori, Beppe Sala (in contatto con Di Maio), Antonio De Caro, Federico Pizzarotti: forti del favore dei cittadini, potrebbero essere la cinghia di trasmissione tra la politica e i cittadini. Di sicuro non solo condividono l’agenda Draghi ma chiedono che l’attuale premier vada avanti nel suo mandato almeno fino al 2026. Fino alla fine del Pnrr. Fin qui interpreti e personaggi. La trama sarà scritta in questa calda estate 2022. Draghi, sollecitato ieri a Bruxelles sulla burrascosa settimana politica italiana, ha detto: “Se mi sento più forte o più debole? Il mio mandato è lo stesso di prima. E non ci sarà rimpasto”.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.