Intesa raggiunta. Dopo l’intervento di Mario Draghi al Senato, la maggioranza è finalmente riuscita a compattarsi sul voto della risoluzione. Nel testo che ha ottenuto il via libera dopo un giorno di stallo si legge infatti che “il Parlamento impegna il Governo a continuare a garantire, secondo quanto precisato dal decreto-legge n. 14 del 2022, il necessario e ampio coinvolgimento delle Camere con le modalità ivi previste, in occasione dei più rilevanti summit internazionali riguardanti la guerra in Ucraina e le misure di sostegno alle istituzioni ucraine, ivi comprese le cessioni di forniture militari“.

Nella risoluzione viene inserito quindi il richiamo al dl Ucraina del primo marzo scorso come chiesto con insistenza dal governo e “il necessario e ampio coinvolgimento delle Camere” come voluto dal leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che si è rimangiato di fatto gli ultimatum dei giorni scorsi all’esecutivo.

Una giornata parlamentare che si era aperta con l’ingresso al Senato del premier Draghi davanti ai giornalisti, che gli chiedevano se dopo tutte le polemiche fosse preoccupato per la tenuta della maggioranza, “Non so, vediamo”. Parole, quelle di Draghi, dettate dallo scontro tra i partiti di maggioranza durante il vertice di questa mattina per concordare una risoluzione unitaria da votare dopo l’intervento del premier. Poi ha iniziato il suo discorso durato poco meni di 20 minuti in vista del Consiglio europeo del 23 e 24 giugno. “Il governo italiano intende continuare a sostenere l’Ucraina così come questo Parlamento ci ha dato mandato di fare”, ha detto

Nel suo discorso al Senato Draghi ha citato due volte il Parlamento, non ha usato la parola “Nato”, e neppure “difesa militare”. Meno che mai “armi”. A più riprese ha invece sottolineato che l’operato dell’esecutivo muove verso la pace e la ricostruzione. La “difesa” dell’Ucraina è ritornata con fermezza nelle parole del premier, ma solo come verbo e nell’accezione alta del “difendere la libertà”. Un discorso, insomma, che sembra offrire un ramoscello d’ulivo a quella parte della maggioranza, e in primis M5S contiani e Leu, che attendeva un segnale, prima di decidere se convergere sulla risoluzione unitaria.

Per due volte, poi, Draghi ha sottolineato l’essenzialità del mandato parlamentare. Ma la accompagna all’accordo con Ue e G7. La prima volta per dire che il governo “intende continuare a sostenere l’Ucraina così come questo Parlamento ci ha dato mandato di fare”. Draghi parla al passato, e si riferisce senza citarla alla risoluzione votata a marzo e al successivo decreto Ucraina. Il mandato parlamentare viene richiamato, infine, in chiusura della sue comunicazioni per spiegare in cosa consista: “L’Italia continuerà a lavorare con l’Ue e coi nostri partner del G7 per sostenere l’Ucraina, ricercare la pace, superare la crisi. Questo è il mandato che il governo ha ricevuto dal Parlamento, questa è la guida per la nostra azione“, dice. Il premier senza smentire la linea seguita dal governo sin qui addolcisce la pillola per quanti attendevano un segnale dalle sue parole.

“Le sanzioni funzionano – ha proseguito Draghi – l’Fmi prevede che inciderà per 8,5 punti di Pil sull’economia russa. Il tempo ha rivelato che queste misure sono sempre più efficaci. Ma i nostri canali di dialogo rimangono aperti, non smetteremo di cercare la pace, nei termini che sceglierà l’Ucraina”. E ha aggiunto: “Solo una pace concordata e non subita può essere davvero duratura. La strategia dell’Italia si muove su due fronti: sosteniamo l’Ucraina e le sanzioni alla Russia affinchè Mosca accetti di sedersi al tavolo” per il negoziato. Due dunque le parole chiave del discorso di Draghi: pace e Parlamento.

Accanto a Draghi sedeva il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, impegnato in ben altra partita: i suoi fedelissimi avevano iniziato a raccogliere le firme tra i deputati per la creazione di un gruppo autonomo di Di Maio alla Camera e al Senato, “Insieme per il futuro“.

A Montecitorio sono sufficienti 20 deputati per formare un gruppo autonomo e il titolare della Farnesina ed ex capo politico dei 5 Stelle ne dovrebbe contare su 20-25 fedelissimi, secondo fonti “contiane” citate dall’AdnKronos, mentre per fonti vicine al ministro degli Esteri i numeri sarebbero “più importanti”, almeno una trentina col ‘rischio’ di sforare quota quaranta.

Al Senato invece la questione numerica è diversa: ne servono dieci, ma per formare un gruppo serve anche un simbolo di un partito presente alle ultime elezioni. A venire in soccorso di Luigi Di Maio potrebbe essere Bruno Tabacci, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega al coordinamento della politica economica, che potrebbe ‘prestare’ il simbolo di Centro Democratico per consentire ai parlamentare fedeli al ministro di formare un gruppo.

Anche a Palazzo Madama comunque vi sarebbe una truppa nutrita di ‘dimaiani’ pronti a mollare il Movimento 5 Stelle: anche qui i numeri variano a seconda delle fonti, ma partono da un minimo di 7 a oltre 15 pentastellati pronti a traslocare in un nuovo contenitore politico

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.