Alla lunga lista di danni provocati dai Cinque stelle in questi anni c’è da aggiungere anche questo: aver trasformato una questione serissima come l’invio o meno delle armi in Ucraina in una farsa ad uso interno. La posizione di Conte, fin dall’inizio, è sembrata più una scelta tattica che di profonda cultura politica e oggi lo scontro con Di Maio lo conferma: il problema non è affermare i principi della cultura pacifista, ma fare di tutto per rivendicare la propria posizione all’interno della maggioranza.

Il voto sull’invio delle armi da parte del Parlamento sarebbe questione sacrosanta perché ha a che fare con i principi costituzionali ed è assurdo che qualsiasi critica rivolta alle scelte fatte dal governo venga vissuta come una lesa maestà. Ma la posizione dei Cinque stelle, travolta dai dissidi interni, non riesce comunque ad avere la dovuta autorevolezza. Il messaggio che traspare con maggiore forza è quello dello scontro, delle beghe interne non quello di chi in ogni modo cercare di costruire ponti di pace.

Ma se il pacifismo appare così bistrattato è anche perché il Pd ha totalmente abdicato a rappresentare l’opzione del No alle armi. I movimenti pacifisti che pure esistono non hanno trovato una sponda istituzionale e l’unica voce che ha rappresentato le loro ragioni è stata quella di Papa Francesco. Per il resto: il vuoto. In questo vuoto si è inserito Conte usando il tema tragico della guerra per giocare una partita doppia: interna al movimento contro gli infedeli che ora vuole cacciare e dentro la maggioranza di governo per tentare di fermare la debacle del movimento. Le elezioni amministrative hanno inasprito sia lo scontro interno sia la collocazione nella maggioranza. Eppure Conte dovrebbe saperlo bene: il consenso non si conquista con tatticismi da due soldi. Quando il movimento ha registrato il suo exploit massimo, lo ha fatto perché rispondeva a una spinta che veniva dalla società. Il Movimento cinque stelle ha rappresentato uno sbocco alla rabbia, all’antipolitica, al giustizialismo.

Ora quella fase si è esaurita e non sarà lo scontro tra leader a dare nuova linfa. Anzi. Si rischia di vanificare anche quel poco che è rimasto in termini sia di radicamento nell’elettorato che di ideali. La domanda non è quindi che cosa ne sarà dei Cinque stelle. Le sorti sono già decise e quello che vivrà non ha più niente a che fare con il movimento che ha scritto la storia politica dell’ultimo decennio. Il problema è che cosa si muove a sinistra. La strategia del campo largo non regge e il carro di Draghi, per quanto solido, non porterà nuovi voti al Pd. La sfida è il rinnovo della cultura politica che può creare sì un campo largo, non con Conte ma nella società. E in questo campo largo il pacifismo non può non avere un ruolo di primo piano.

L’affermazione di Mélenchon è un segnale importante anche per il futuro della nostra sinistra. Sbagliato etichettarlo come “il Chavez francese” non solo perché nell’ultimo periodo ha lasciato alle spalle alcuni orpelli populisti, ma soprattutto perché il suo programma riporta al centro il tema serio della redistribuzione della ricchezza. In Italia i Cinque stelle all’inizio ci avevano provato a rappresentare una parte di quelle istanze ma distorcendo completamente il valore della politica, delle istituzioni e della stessa sinistra. Ora quella storia è agli sgoccioli. Non regaliamo a Conte & company però la grande questione del pacifismo, oggi più che mai centrale in un mondo dove – come dice sempre papa Francesco – è in corso la terza guerra mondiale a pezzi e dove 100milioni di profughi fuggono da guerre e povertà.

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Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica