Ecco il tweet postato qualche giorno fa da Vittorio Feltri: “Mi hanno chiesto se faccio il tifo per la Russia e l’Ucraina. Ma non sono né russo né ucraino. Quindi sono neutrale. Vinca il più forte ma faccia in fretta perché siamo stanchi”. Queste parole, come si può facilmente immaginare, hanno suscitato una tempesta di commenti e di polemiche. Esse sono apparse inaccettabili – e lo sono anche per noi – in questo momento della guerra e di fronte all’invasione scatenata lo scorso febbraio da Putin.
Ma bisogna dire che la provocazione di Feltri rappresenta in realtà in buona misura il “sentiment” di una parte considerevole della popolazione italiana.

Tanto che, secondo un recente sondaggio Ipsos, il 44%, quasi la metà degli italiani -con un significativo aumento del 6% rispetto a marzo – si dichiara “né con la Russia né con l’Ucraina”. La guerra a loro non interessa. E, come dice Feltri, ne sono stanchi. (A titolo di curiosità precisiamo che, tra i restanti, il 49% parteggia per l’Ucraina e il 7% per la Russia). I nostri pacifisti non sono putiniani. Sono per quieta non movere. E, come il conte-zio manzoniano, tendono a dire “troncare, sopire”. Anche altri sondaggi effettuati sul tema mostrano come una quota considerevole – e crescente – degli italiani si senta sempre più “provata” dalla guerra in corso. Una parte di questi ultimi si colloca su posizioni di “comprensione” delle ragioni di Putin e una parte è su posizioni opposte. Ma tutti percepiscono sempre più il conflitto come “lontano” e in parte “estraneo” ai nostri interessi.

Di qui anche l’ostilità crescente (che ormai coinvolge più di metà della popolazione) all’invio ulteriore di armi all’Ucraina e il disagio percepito a causa dei rincari in atto, attribuiti per lo più al conflitto (e in parte alle sanzioni verso la Russia). Anche se in realtà l’inflazione ha molte altre con-cause. Insomma, il clima di opinione pare in questo momento assai pesante. Ognuno ha in mente prioritariamente i propri interessi e le proprie preoccupazioni e le tematiche internazionali vengono viste come sempre più distanti e dannose per la propria situazione. L’ansia per il futuro è di conseguenza molto diffusa. Ma è significativo rilevare come – lo ha mostrato di recente un sondaggio “Radar” di Swg – essi riguardi più il futuro dell’insieme del paese che quello personale di chi esprime la propria opinione. Si teme cioè per il destino della nostra nazione e la si vorrebbe vedere sempre meno coinvolta. Ridicola illusione, in un mondo in cui se scende la borsa di Wall Street o quella di Shanghai scende anche piazza Affari – con tutto quanto ne segue per l’economia italiana.

Qualche leader politico – in particolare nella Lega e nel M5s – ha pensato che questo stato di cose possa costituire un interessante mercato elettorale, in vista anche delle consultazioni politiche che si terranno al massimo tra un anno. Ed ha perciò insistito su posizioni che evocano questo stato dell’opinione pubblica. Ma, alla luce dei fatti, si tratta di una valutazione errata. Se è vero infatti che la “stanchezza” verso il conflitto in corso è sempre più diffusa, è vero anche che essa costituisce una motivazione “debole” nel processo di scelta del partito cui dare il proprio sostegno. In realtà, le motivazioni più rilevanti per la decisione di voto sono altre e molto più legate alla propria condizione economica e sociale.

In altre parole, si opta per un partito non tanto per le posizioni assunte riguardo alla guerra, quanto per quelle relative alla economia e alla società circostante l’individuo e più strettamente relativa alla propria persona. Anche da questo punto di vista – quello della scelta elettorale – la guerra in Ucraina è percepita come “lontana”. Il guaio è che è inutile sognare lo stato commerciale chiuso che immaginava il filosofo conservatore e nazionalista tedesco Fichte, sognare di poter coltivare tranquillamente in proprio giardinetto, è una illusione. Anche la Cina è ormai vicina. Figuriamoci l’Ucraina, che è alle porte dell’Europa. Che deve prendere sul serio il fatto che nous vivons sous l’œil des Russes.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino