Siparietto in Transatlantico il giorno dopo la grande scissione e mentre Draghi incassa un voto quasi unanime, anche alla Camera, sulla risoluzione in vista del Consiglio Ue di oggi e domani. Risoluzione galeotta, che ha messo Conte in un angolo, il Movimento anche e ha aperto la strada all’addio di Di Maio. Va bene “campo largo”. Ma quanto largo? “Larghissimo, un nuovo Ulivo, da Di Maio a Conte con dentro tutti, Renzi, Calenda, Leu” mostra sicurezza il “luogotenente” della segreteria dem. Nicchia un “generale” di Leu: “Aspettiamo, vediamo, che è quello che farà Letta, almeno fino all’autunno poi si capirà forse qualcosa…”.

Arriva a passo svelto un fedelissimo della Meloni. Ha la faccia del gatto col sorcio in bocca: “Io sento alcuni big 5 Stelle che ipotizzano l’uscita e l’appoggio esterno”. Poco più in là osserva la scena un altro deputato storico della sinistra. “Conte in uscita dal governo? Firmerebbe la sua condanna a morte perché il Pd non potrebbe più reggere l’alleanza e all’opposizione il leader c’è già e si chiama Di Battista”. Corretto. Al netto di una variabile con cui pochi oggi fanno i conti: e se il Movimento, i parlamentari, dovesse decidere di andare all’opposizione nonostante e contro i piani di Conte? Un ammutinamento, insomma.

La verità è che la nascita di Ipf (Insieme per il futuro) non ha rafforzato nessuno e ha indebolito tutti. L’incertezza è trasversale. Tranne per Draghi e Mattarella. Il premier non ha alcuna intenzione di modificare, neppure di una virgola, le scelte del suo governo, non in politica estera e neppure in quella interna. Si tratta di scelte ferme e di buon senso, attente a consigli utili e in buona fede, refrattarie agli slogan e ai populismi. Il Quirinale è schierato con palazzo Chigi per dare continuità al governo utilizzando fino all’ultimo giorno possibile. Che significa elezioni a maggio – e non a marzo – 2023. Se qualcuno vuol far saltare il necessario equilibrio politico di questa fase storica, lo faccia pure ma sarà additato come il responsabile dello sfascio. E poi, prego, vada pure un altro a governare in questa tempesta perfetta che è il 2022 (anno neppure bisestile, pensate un po’). I vari leader scalpitanti – soprattutto a destra – sono avvisati. Ma infatti in queste ore stanno parecchio zitti e buoni.

Anche il Pd, nel dinamismo statico del suo segretario, sarà costretto a breve a cambiare modalità di stare sulla scena seppure forte del buon risultato alle amministrative (e vediamo domenica come si chiude la storia) dove è stato il partito in media più votato. D’ora in poi non sarà infatti più possibile stare fermi ad aspettare. I dirigenti del Pd attendono da Letta un qualche segnale. Nell’intervento in aula il segretario dem ribadisce da che parte sta il partito, Nato, Ue e Ucraina, aiuti alle famiglie e alle imprese, il programma di Draghi. In serata, ospite di Porta a Porta, si è augurato che “la scissione non favorisca il centrodestra”. E sul “campo largo”: “Il Pd non è più vicino a Di Maio o a Conte, avevo raccomandato ad entrambi l’unità. Il Pd è vicino al Pd che in questa vicenda risponde alla sfida assumendosi la responsabilità di essere ancora più forte”.

Nel cortile di Montecitorio il punto di vista è più tranchant: “Il campo largo è defunto ieri e davanti abbiamo un campo di macerie”. Intanto si notano capannelli ibridi: renziani che parlottano complici con deputati del nuovo gruppo di Di Maio; Renata Polverini (Fi), una che non si muove mai per caso, che prende a braccetto Sergio Battelli, fedelissimo di Di Maio e impegnato in queste ore nella costruzione della nuova creatura. Pare che quelli di Brugnaro finiti in Coraggio Italia – rimasti in 19 e quindi senza più gruppo – passino armi e bagagli con “Insieme per il futuro”. Guido Crosetto, ex deputato, fondatore di Fratelli d’Italia, uno che si fa vedere di rado visto che non ha neppure la scusa del barbiere, osserva: “La vera notizia oggi è la mozione Meloni passata con l’astensione del Pd”. S’intravede un senatore dem: “C’è una gara ad uscire dal campo largo possiamo continuare a preferire il terzomondista di Foggia e regalare Di Maio al centro?”.

Il segretario dem dice di “sentirsi sereno” (sic) ma a Montecitorio prevale l’inquietudine. Letta da Vespa, Conte sceglie la Gruber. Nessuno dei due opta per una tradizionale conferenza stampa con domande. Se non ieri, quando? Anche questo vorrà dire qualcosa. Conte prova a rassicurare sia rispetto alla propria permanenza alla guida del Movimento (“non ho motivo di lasciare”) che sulla tenuta del governo: “Il sostegno a Draghi non è in discussione”. Ma il suo gruppo? Nelle varie riunioni che si sono susseguite ieri, in giornata nella sede di Campo Marzio e in serata nell’auletta dei gruppi, è cresciuto il pressing sull’ex premier per avere “un riequilibrio nelle Commissioni in base al numero dei parlamentari di ogni gruppo”. Qualcuno ha parlato della “necessità” di un rimpasto e di mozione di sfiducia contro Di Maio. Palazzo Chigi ha già fatto sapere che non sono all’ordine del giorno né l’una né l’altra. E Conte non avrebbe alzato i toni per infierire su Di Maio.

Tra le ipotesi che prendono forma a Montecitorio, e che terrorizzano il Nazareno, c’ è anche quello della “nuova Cosa rossa” a sinistra del Pd con un pezzo di Pd, M5s e Leu e Conte leader nei panni di un novello Mélenchon italiano. La “nuova Cosa rossa” potrebbe prendere il volo in autunno quando saranno chiare le dinamiche della famosa “federazione di centro”. Cosa che ovviamente non può fare piacere a Nicola Fratoianni, il leader della sinistra italiana. E neppure a Speranza. Non è un caso che l’attento senatore dem Marcucci consigli ai suoi di fare presto: “Ripartire dal centro, ma farlo subito bruciando i tempi. E parlare con il centro, significa anche parlare con Di Maio”. Sempre che il tempo non sia tiranno e si conceda al segretario dem per decidere le sue mosse.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.