Quello tra il sociologo ed attivista politico Luigi Manconi e l’arcivescovo Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, è un confronto tra due concezioni del mondo distanti e, per certi versi, inconciliabili: una ispirata da un profondo senso religioso, l’altra immersa nella società e nella concretezza delle sue contraddizioni e delle sue sofferenze. Ma entrambe tese a cercare, di fronte ai dilemmi che attraversano la vita quotidiana, il significato delle scelte di ognuno. Ecco un “assaggio” del dialogo, tratto dal capitolo 6 e 7 del libro “Il senso della vita” Einaudi, 2021.

Manconi. Il male (sia esso la droga o il crimine) non può essere messo al bando dalla società. Quel male e il dolore che porta con sé può venire ridotto e «governato» attraverso strategie che ne limitino gli effetti piú dirompenti e dannosi per il singolo e la collettività. Discendono da qui le politiche e gli interventi sociali che vengono definiti di «riduzione del danno». (…) È un’idea di società che tende a includere e ad accogliere, a rendersi permeabile alle nuove identità culturali e sociali, ai movimenti interni e a quelli provenienti dall’esterno. Ciò comporta che si limitino allo stretto indispensabile i provvedimenti e gli istituti del controllo e dell’esclusione, destinati solo a chi si riveli socialmente pericoloso.

Paglia. Sono d’accordo con te che nella società bisogna accettare la compresenza del bene e del male. (…) E, sarai d’accordo con me, il bene e il male traversano ciascuno di noi, al suo interno. Non c’è il bene assoluto da una parte e il male assoluto dall’altra. E che nella società convivano ambedue è giocoforza. In tal senso, che la società debba essere inclusiva mi pare inoppugnabile. (…)

Manconi. In realtà, attribuisco tanta importanza a questa riflessione perché, come dicevo, da essa discendono non solo diversi modelli di policy, ma anche differenti idee sul futuro della nostra società e su un sistema dei diritti di cittadinanza adeguato ai tempi e alla nuova composizione sociale delle comunità contemporanee. Insomma, penso che una società dell’inclusione debba prevedere la convivenza con i diversi mali sociali per ridurre al minimo la sofferenza individuale e collettiva che producono. Qualche decennio fa partecipai a un convegno dal titolo davvero eloquente: Dare un posto al disordine. In altre parole, adottare strategie sociali capaci di «negoziare» con tutti i soggetti (penso ai centri sociali), i gruppi e le minoranze (per esempio i rom), ma pure con ogni forma di trasgressione e devianza (ancora il consumo di sostanze), al fine di «dare un posto» anche a loro nella vita sociale, escludendo solo le manifestazioni di violenza e di sovversione delle regole democratiche. Se, poi, trasferiamo un simile discorso su un piano generale, è ancora questa strategia la piú adeguata ad affrontare problematiche di difficilissima composizione, come quella dei flussi migratori o quella rappresentata dalla popolazione detenuta. (…) Prendiamo la questione del carcere, forse la piú «intrattabile». Come si fa a non essere abolizionisti?

Il carcere è una istituzione insostenibile sotto il profilo giuridico e politico, sociale e finanziario. Deve essere quindi abolito e sostituito da altre misure, capaci di soddisfare tanto la domanda di giustizia dei cittadini, quanto il diritto del condannato al pieno reinserimento sociale al termine della pena, che è proprio quanto il carcere – non solo per cause contingenti – impedisce. Ma voglio sottolineare qualcosa che viene costantemente ignorato. La Costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (e molti tra essi lo avevano sperimentato in prima persona) e la pena capitale, in modo saggio e lungimirante non aggettivarono le pene, lasciando campo libero a un legislatore che volesse cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali. (…) Dunque, una pena moderna, razionale e adeguata non può che essere totalmente diversa ed esprimersi attraverso forme sanzionatorie diverse, partendo dall’assunto che la privazione della libertà deve limitarsi solo ed esclusivamente allo strumento e al tempo indispensabili per contenere la violenza del condannato pericoloso per la comunità. (…) In questo quadro, i meccanismi dell’esclusione e della reclusione devono riguardare solo i socialmente pericolosi e solo per il tempo in cui lo siano. Convivere e negoziare con il male rappresentato dai crimini e dai criminali significa elaborare una politica penale totalmente diversa da quella finora adottata. Una politica fondata, piuttosto, su quella che chiamiamo «giustizia riparativa», e che a me piace definire «ristoratrice». «Ristorare» è parola dolce e forte, rassicurante e allo stesso tempo gratificante, capace di offrire sollievo e lenimento. Richiama non solo la soddisfazione di un bisogno (di cibo, acqua, riposo, conforto), ma anche il ristabilirsi di un equilibrio. La giustizia riparativa mira a sanare la ferita determinata nelle relazioni sociali dalla commissione di un reato. Non si limita a sanzionare la lesione inferta, ma opera per curarla. Si basa sulla responsabilizzazione dell’autore del reato nei confronti della parte offesa: e, di conseguenza, sull’esigenza di porre rimedio al danno inflitto attraverso il risarcimento alla vittima e alla collettività.

Paglia. Giovanni Battista Scanaroli, sovrintendente delle carceri dello Stato pontificio, nel suo trattato di tre volumi, scrive sconsolato che nella sua vita non ha mai visto un carcerato uscire dalla prigione migliore di quando era entrato. Nulla di nuovo sotto il sole! Eppure noi continuiamo imperterriti a costruire carceri, spesso malamente, quasi sempre sovraffollate… Intanto è decisivo anche promuovere una coscienza nuova circa la giustizia umana e la concezione della pena. Tu parli della giustizia riparativa o, come tu preferisci, «ristoratrice» (pure a me piace piú questo termine). Sono ancora una volta pienamente consenziente. È solo cosí che si sconfigge l’idea di una pena che condanna senza speranza alcuna di riabilitazione. Va recuperata la prospettiva di una pena che aiuti il condannato a cambiare nel senso opposto ai fatti criminosi che ha commesso. (…) Anche la pena non deve sottrarsi alla sfida della progettualità, né può essere avulsa dal giudizio morale sui suoi contenuti e le sue conseguenze: giudizio, quest’ultimo, che dipende dalla sua capacità di perseguire il bene comune rispondendo alle esigenze della dignità umana di tutti i soggetti (vittime e agenti) coinvolti nel reato. (…) Per sanare in profondità le ferite che lacerano la convivenza tra gli uomini sono necessari sia la giustizia sia il perdono. Una giustizia «spietata», cioè senza la pietas, non aiuta a cambiare. E purtroppo lascia una ferita nella società. Bisogna scendere nelle profondità dell’animo sia del colpevole che dell’offeso. In modi ovviamente diversi, ambedue sono chiamati ad atteggiamenti nuovi che evitino sia la vendetta sia l’indurimento. E in questo è parte in causa anche la stessa società di cui entrambi gli attori fanno parte. (…)

Manconi. Come si sa, la questione della giustizia richiama quella della diseguaglianza, che si esprime attraverso varie manifestazioni e, in primo luogo, attraverso la piú antica e irreparabile di esse: la penuria di mezzi materiali. (…) Se meno individui muoiono di fame e cresce il reddito minimo pro capite è un grande risultato, ma se la distanza tra poveri e ricchi aumenta e in parallelo un rilevante numero di individui passa da uno stato di sicurezza economica a uno di precarietà, quella che chiamiamo «percezione» rende ancora piú cruda e stridente la presenza della povertà nel mondo. (…)

Paglia. Il rischio odierno è dato dall’aver superato il limite oltre il quale le diseguaglianze non debbono andare, pena uno squilibrio ingestibile. Di qui l’urgenza di una politica che prenda responsabilmente il suo compito di regolare la convivenza evitando di lasciare al solo mercato il potere sulla distribuzione del reddito e sul controllo della moneta. Purtroppo una prolungata assenza della politica nella vita della società contemporanea ha avuto come conseguenza la crescita di quel «popolo di vittime» – per dirla con Slavoj Žižek –, che subisce negativamente il potere del mercato. (…) Mentre ci avviamo alla conclusione di questo capitolo sento l’urgenza di fissare un punto chiaro sulla pena di morte. E so che ti trovo d’accordo con me. È un tema a mio avviso essenziale per la qualità di una società. Finalmente, dopo secoli, negli ultimi tempi la Chiesa ha respinto una volta per tutte la legittimità morale della pena di morte. I dati Istat che ho citato all’inizio, però, ci dicono purtroppo che molti italiani sono favorevoli alla reintroduzione della pena di morte nel nostro ordinamento giuridico. Questa tendenza va contestata con decisione: sarebbe una regressione barbarica. Cesare Beccaria – un grande italiano – lo ha mostrato per primo nel secolo XVIII. Segnò uno spartiacque nella cultura giuridica e umanistica circa il rapporto tra i delitti e le pene e la conseguente critica radicale alla legittimità della pena di morte.

È una lezione – venuta dall’interno del pensiero illuminista – che va riscoperta, proprio mentre assistiamo alla risorgenza di una mentalità vendicativa che dimentica l’obbligo morale di aiutare il colpevole a riabilitarsi. Nessuno può essere mai identificato con il delitto che ha compiuto. Eppure, fin dall’antichità classica vengono sostenuti non solo la legittimità della pena di morte ma addirittura l’obbligo di comminarla, convincendo gli stessi condannati a ritenerla una misura lodevole. Il nodo si stringeva attorno al principio del primato del bene della società su quello dell’individuo. Non è questa la sede per ripercorrere il tema della pena di morte nella tradizione biblica e nella storia cristiana, anche se la predicazione cristiana e la teologia, fin dagli inizi, si sono distinte per tenere fermo il comandamento: non uccidere. E comunque nessuno ha potuto mai cancellare il passo della Bibbia: «Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!» (Gn 4,13-15). Nei catechismi della Chiesa cattolica, da quello di Trento sino a quelli di Pio X e del catechismo del 2017 viene però ammessa la legittimità del ricorso alla pena di morte per il bene della società. Nel corso del Novecento, la crescita della cultura dei diritti umani e la consapevolezza della intangibilità della vita umana hanno sgretolato man mano quella granitica convinzione che portava ad ammettere la pena di morte, anche se solo in casi eccezionali. Nella seconda metà del Novecento è cresciuta sempre piú nella Chiesa la coscienza della «inammissibilità» della pena di morte. Ultimamente è stato decisivo papa Francesco: ha cambiato il catechismo (n. 2267) mettendo la parola fine a un lungo dibattito di revisione circa la legittimità della pena di morte. È un traguardo che pone termine a ogni ambiguità: la pena di morte è inammissibile perché contraria al Vangelo. Potrei dire che finalmente abbiamo compreso in senso pieno le pagine della Bibbia. Papa Giovanni XXIII amava dire a coloro che gli rimproveravano i cambiamenti: «Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». (…)

Manconi. Non mi spaventa parlare anche delle «cose ultime», secondo la definizione del teologo Romano Guardini. È una formula che mi piace molto perché contiene quel termine «cose» che toglie alla riflessione ogni astrattezza e riporta alla ruvida materialità delle esperienze di fine vita. D’altra parte, chiamarle «ultime» sottolinea una contraddizione proprio con la dottrina cattolica, che vorrebbe quelle «cose» non ultime, bensí premessa di una nuova vita. Noi – tutta la ciurma degli atei, agnostici, increduli, scettici, perplessi, miscredenti, bestemmiatori, fino ai pococredenti – viviamo oscuramente tutto ciò come un deficit. C’è poco da dire: quella nuova e ulteriore vita ci manca. Dunque, viviamo con un senso di inferiorità il fatto che altri, anche vicini a noi, o, addirittura nostri familiari, abbiano la fortuna di credere. (…)

Paglia. La nuova nascita di cui parla la fede è la grazia di una vita il cui «mondo» sarà disponibile per la piena espansione dei doni della vita di Dio, che vuole diventare la nostra. In tal senso saremo creati – generati – di nuovo. Stavolta, però, oltre la lotta e la fatica di fare nostra la vita ricevuta: l’iniziazione ha termine, la destinazione ha il suo compimento. Ma siamo sempre noi il soggetto di questa metamorfosi: la «resurrezione» è il compimento segretamente sperato, nel quale la nostra vita si riconosce e si «ritrova». Noi amiamo le sostituzioni, i replicanti, i super corpi e le super menti che rimpiazzano gli esseri umani che fino a poco prima ci erano cari. Dio non sostituisce! «Nuovo» qui significa «riparato», «sistemato una volta per tutte», «rinnovato», «messo a nuovo per sempre». Per questo la «carne» e la sua destinazione rimangono centrali nel cristianesimo. Le «cose ultime» sono terra, cielo e carne definitivamente riconciliati. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» – non solo le anime e le menti – è la parola finale della nostra rivelazione (Ap 21,5).

Mons. Vincenzo Paglia, Luigi Manconi