La cronaca di questi giorni ha dato risalto a numerosi episodi di violenza minorile. Guerre tra bande, sfregi in volto, bullismo, aggressioni a turisti hanno riempito le pagine dei quotidiani napoletani. Come era prevedibile si è riaperto il dibattito sull’abbassamento dell’età imputabile da 14 a 12 anni. Tra le voci favorevoli a tale modifica, ha sorpreso quella del presidente del Tribunale dei minorenni di Napoli che, in un’intervista, ha affermato che andrebbero puniti anche i genitori.

L’autorevole dichiarazione pone una serie di interrogativi e vale la pena citare la riflessione dello scrittore Lorenzo Marone, dopo la sua visita all’Istituto a Custodia Attenuata per Detenute Madri (ICAM) di Lauro, riportata sulle pagine di questo giornale. «…C’è anche un grande paradosso ed è legato al fatto che quei bambini, provenienti da situazioni di degrado sociale, trovano la cura, la presenza e l’assistenza dello Stato solo quando entrano nell’Icam…». È, infatti, assurdo ed incredibile che ciò avvenga proprio nel luogo dove mai i bambini dovrebbero entrare: tra sbarre, cancelli, serrature. Dove il mondo non è “dei balocchi” e la realtà, quanto l’immaginario, non lascia spazio ad una vita normale, perché anche la vista dell’orizzonte è negata, con tutte le conseguenze che ciò potrà comportare sullo sviluppo psico-fisico.

L’analisi sulla delinquenza minorile non può prescindere dal farsi carico di un mondo che, invece, si vuole dimenticare e poi distruggere. Noi siamo i buoni, i cattivi li puniamo. Se si consente che bambini crescano in carcere, che interi quartieri della città siano del tutto privi di strutture di accoglienza culturale, che la dispersione scolastica raggiunga cifre altissime, che la stessa istruzione abbia limiti enormi, che il degrado educativo caratterizzi parte della gioventù, dobbiamo porci delle domande e non promuovere inutili soluzioni che aggraverebbero la già drammatica situazione. Punire dai dodici anni in su e non più dai quattordici, potrà mai davvero risolvere qualcosa? E gli undicenni? E i “muschilli”, corrieri della droga a dieci anni? Puniamo anche loro? La deleteria cultura carcerocentrica che imperversa nel nostro Paese, dovrebbe almeno fermarsi dinanzi a giovani vite cresciute a pane e reati.

La convivenza sociale non è una guerra e lo Stato ha il dovere di offrire opportunità a tutti. C’è chi ha la fortuna – non bravura – di partire avvantaggiato, perché nato in una famiglia sana e c’è chi ha la sventura – non colpa – di nascere in un contesto familiare problematico, dove l’illegalità fa parte della vita quotidiana e non vengono indicate altre strade. Ed è in questo contesto che è necessario intervenire, prima che sia troppo tardi, perché a breve non ce ne sarà più la possibilità. Il fenomeno della criminalità giovanile è in grande espansione. Vi sono ormai vere e proprie bande che fanno riferimento ad un capo, riproponendo gli schemi delle organizzazioni degli adulti ed addirittura andando, a volte, con loro in conflitto. Omicidi e rapine sono medaglie da mettersi in petto, sul vestito firmato, che attesta la capacità economica, personale e della famiglia. Per arginare tutto questo occorrono interventi sul territorio, con risorse economiche ed umane.

Un esercito non di militari, ma di maestri che invada gli spazi abbandonati e avvicini i giovani suscitando il loro interesse per una vita diversa, per un effettivo scatto sociale e culturale. Non più una scuola che attenda che il minore varchi il suo portone, ma una scuola che scenda in strada a “sporcarsi le mani”, per responsabilizzare adolescenti e famiglie. Un imponente investimento per concretizzare la cultura dell’inclusione, primario principio costituzionale spesso dimenticato in favore di strade più semplici, ma deleterie. Il “distanziamento sociale” resti un’inopportuna definizione del comportamento da tenere in caso di pandemia e si promuovano, piuttosto, eventi che sappiano far crescere il livello formativo, evitando di alimentare una nociva e pericolosa sottocultura, che ha nella violenza e nella sopraffazione dell’altro la sua caratteristica. È dovere di un Paese civile impedire che i bambini entrino e crescano in carcere ed intervenire per offrire alternative ad adolescenti che vivono in contesti difficili, dove l’unica strada da seguire è quella del crimine.