Parla già da candidato alla segreteria, anche se al momento l’unica a farsi avanti ufficialmente è stata l’ex ministra dei Trasporti Paola De Micheli. In una intervista rilasciata al Corriere della Sera, il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini si propone di fatto come prossimo leader del Partito Democratico.

Parole che arriva a meno di 24 ore dall’annuncio del segretario uscente Enrico Letta della convocazione per giovedì 6 ottobre della direzione PD sul congresso, che potrebbe tenersi in anticipo rispetto a quanto inizialmente programmato, a marzo.

Nel suo colloquio con Maria Teresa Meli Bonaccini parla della necessità di una leadership nuova, ma anche di un nuovo partito, da cambiare profondamente. 

Il governatore, che spiega di non voler fare una battaglia “sui nomi”, come quando gli si chiede di un possibile derby regionale con Elly Schlein, sua vice tirata in ballo per la segreteria in quota ‘sinistra Pd’, va all’attacco invece sulla strategia tenuta dal partito, non solo in queste settimane di campagna elettorale. 

Siamo arrivati alle elezioni senza un progetto forte per l’Italia e senza un’alleanza all’altezza della sfida, nonostante tutti gli sforzi fatti da Letta. Lo certifica il voto dei cittadini”, Quindi, aggiunge Bonaccini, “o cambiamo profondamente o bruceremo in fretta anche il prossimo segretario. Serve una leadership ma serve anche un partito”.

La ricetta è quella che più volte prospettata all’interno del mondo Dem, l’ormai mitologico ‘territorio’ e gli ‘amministratori locali’. Per Bonaccini infatti “il problema non è di forma o di ruoli, ma di sostanza. Iniziamo per esempio col dire che nel gruppo dirigente servono molti più amministratori locali, donne e uomini, spesso giovani, che ogni giorno devono dare risposte ai cittadini sui problemi reali e che in questi anni hanno tenuto in piedi con il loro lavoro silenzioso il partito: non possiamo più tenerli in panchina”.

A chi ‘teme’ una rivoluzione nel partito, il governatore risponde che “serve un cambiamento a prescindere da Bonaccini, che peraltro conta per uno”. Quindi non manca una stoccata a certa classe dirigente del Nazareno, con Bonaccini che evitare di fare nomi: “Vedo però che a chiedere una discontinuità radicale sono anche alcuni che in questi anni hanno ricoperto con una certa continuità ruoli di governo e di gestione del partito nazionale, quindi niente paura. Servono anzi energia e coraggio“.

Quanto alle alleanze, un tema che da tempo vede il partito spaccato al suo interno tra chi rincorre i 5 Stelle di Conte e chi vorrebbe l’accordo in salsa riformista e ‘centrista’ col Terzo Polo di Calenda e Renzi, Bonaccini non si sbilancia.

A Conte riconosce di aver “consolidato la sua leadership” e di aver raccolto nel voto di domenica “il disagio sociale e una richiesta di protezione”, ma allo stesso tempo rivendica di non aver mai rincorso i pentastellati, “né ho mai messo Conte su un piedistallo”. Il presidente dell’Emilia Romagna ricorda così i suoi precedenti personali con il leader grillino: “Ho collaborato bene con lui, quando ero presidente della Conferenza delle regioni e lui era premier. Così come mi confronto con il M5s in Regione: sono all’opposizione ma la collaborazione è molto positiva e in diverse città importanti adesso governiamo insieme, dopo le recenti amministrative”,

Quanto a Calenda e Renzi, “sono andati per conto loro e hanno perso esattamente come noi”. Eppure anche con loro il rapporto c’è: “Siamo insieme in tante città. Anche nella mia Regione sono lealmente in maggioranza e per me è un valore. Adesso che il voto c’è stato fermiamo le polemiche”.

Redazione