Il più sincero è proprio Santino Di Matteo, quello che fece il “pentito” per primo e pagò con il sangue del suo figlio bambino, strangolato e buttato nell’acido. Lui dice, chiaro chiaro, che se incontra Giovanni Brusca appena scarcerato dopo aver scontato la pena con 25 anni di detenzione, colui che emise quella sentenza infame nei confronti di un innocente, colui che fece mettere le mani al collo a un bambino, non sa «che cosa accade». Tra due mafiosi che la pena di morte l’hanno conosciuta e applicata giorno dopo giorno nella loro vita, si può anche immaginare che cosa “può succedere” se si ritrovano faccia a faccia. Senza ipocrisie, senza “sono garantista però”.

Per il resto, dai magistrati ai politici, il giorno dopo l’uscita da Rebibbia del “pentito” numero uno di Cosa Nostra, le differenze si distanziano solo tra i vomitatori e i virtuosi. I primi sono quelli che non vanno per il sottile, che sotto sotto sono a favore della pena di morte ma non possono dirlo, quindi lasciano che sia il proprio corpo a esprimersi. Vocabolario ristretto, quindi c’è poca libertà di scelta tra disgusto, rabbia, schifezza, vergogna, brividi, pugno nello stomaco. Si va da Matteo Salvini a Enrico Letta. I virtuosi, guidati da Maria Falcone e seguiti da Mara Carfagna, sono altrettanto schifati ma costretti ad allargare le braccia in segno di resa davanti alle leggi sui “pentiti”, comunque considerate utili e fondamentali per la lotta alla mafia. Per cui, il fatto che un mafioso che ha confessato circa 150 omicidi, che ha schiacciato il pulsante per far saltare in aria l’auto di Giovanni Falcone e poi ha fatto arrestare tanti suoi complici, e soprattutto che ha aperto la strada al processo sulla trattativa che non c’è, sia stato condannato a 30 anni di carcere invece che all’ergastolo (ostativo), è un tributo da pagare. A malincuore, con l’ipocrisia del “dolore”, strano sentimento sulla bocca di parlamentari o esponenti del governo. Ben pochi resistono alla tentazione del nulla dei propri pensieri espressi in coro, banalmente uno simile all’altro.

Giovanni Brusca era il pupillo di Totò Riina, rampollo d’oro della stagione sanguinosa dei Corleonesi. Fu arrestato nel 1996 nel tripudio scomposto degli agenti che fecero una sorta di girotondo con le moto, urlando di gioia con l’adrenalina a mille. Fu un traguardo fondamentale nella lotta a Cosa Nostra. Dopo un tentativo imbroglionesco, lui impiegò ben poco a fare il “pentito”. Proprio lui che con la vicenda Di Matteo era stato il giustiziere della vendetta trasversale nei confronti del primo grande traditore, seppe giocare la carta pesante di una carriera criminale molto intensa. Capì da detenuto quel che forse aveva intuito anche da libero, e cioè che le leggi speciali giovano a chi delinque di più, perché più ne uccidi e più hai da raccontare. E più racconti, con abilità, mescolando il vero e il falso, il reale e il fantastico, più sarai ascoltato e premiato. Dal 1996 sono trascorsi 25 anni, quelli giusti da scontare per chi sia stato condannato a 30 anni di carcere, e che diventano appunto 25 calcolando 45 giorni di sconto ogni sei mesi. Tutto regolare. Tranne che per un piccolo particolare. Perché in genere i mafiosi della stazza di Brusca non vengono condannati a 30 anni, ma all’ergastolo, e non a un ergastolo qualunque, ma a quello “ostativo”, che non consente l’applicazione di nessun beneficio penitenziario e la cui applicazione consiste nel “fine pena mai”.

Nel coro delle prefiche disgustate perché uno come Brusca vorrebbero vederlo solo morto e di quelle virtuose del “dura lex sed lex”, è difficile captare una qualche stonatura positiva. C’è Peppino Di Lello, che fu un esponente di rilievo della componente garantista di Magistratura democratica e che sedette nel pool antimafia con Falcone e Borsellino, che all’ennesima sollecitazione a scandalizzarsi, sbotta: «Ha scontato la pena, che vogliamo fare? Impiccarlo?». È poi lui a ricordare, nel silenzio generale, che in molti Paesi occidentali non esiste neppure l’ergastolo e che altri si accingono a eliminarlo. L’Italia invece non solo si tiene ben stretta la pena a vita, ma l’ha addirittura appesantita con lo zaino della disciplina “ostativa” che oscilla tra la tortura e la pena di morte. Vogliamo scandalizzare un po’ i vomitatori professionali dell’antimafia? Giovanni Brusca è un cittadino dei peggiori, il Caino più cattivo di tutti. Perché ha assassinato e compiuto stragi. Poi perché ha tradito. E infine perché, per far piacere a qualche pubblico ministero più o meno invasato, si è inventato la balla della “trattativa Stato-mafia”, vendicandosi così di qualche alto poliziotto che gli aveva dato la caccia.

Questo Caino numero uno è un cittadino che è stato processato e condannato a trent’anni di carcere e secondo le leggi vigenti e che riguardano tutti, ne ha scontati venticinque. Venticinque anni sono quasi un terzo della vita di un uomo, secondo le aspettative degli anni duemila. Facciamo insieme un esercizio di memoria, cerchiamo di ricordare che cosa abbiamo fatto negli ultimi venticinque anni della nostra vita. Forse non riusciamo neanche a ricordare tutto. Proviamo a immaginare come sarebbero stati se li avessimo trascorsi in cattività, nella delizia delle carceri italiane. Sul fatto che Giovanni Brusca li meritasse tutti, pochi sarebbero in disaccordo. Ma i suoi anni di detenzione sono stati tanti. Più che sufficienti. Ora basta. Ma il punto è un altro.

L’11 maggio scorso sono state depositate le motivazioni dell’ordinanza con cui la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità di quella pena che Brusca non ha avuto, ma i suoi complici non “pentiti” sì, cioè dell’ergastolo “ostativo”. E ha detto chiaramente, pur concedendo un anno al Parlamento perché corregga la rotta, che quella legge speciale del 1992 che partorì tra l’altro questa sorta di pena capitale mascherata, è fuori dalla Costituzione. Perché tra l’altro, come ha ricordato di recente il pm Henry John Woodcock, «ha delineato un sistema mirante all’annientamento di un presunto “nemico”, e bandito qualsivoglia prospettiva di un suo reinserimento nella società civile, lasciandogli come unica via d’uscita la “scelta” imposta di collaborare con la giustizia». La fabbrica dei “pentiti”, in poche parole, la costruzione dei Brusca.

Con il ricatto, neanche tanto sotterraneo, di subordinare la possibilità di un normale percorso riabilitativo, pur in una lunga permanenza in carcere, alla delazione. C’è qualche differenza con la pratica della tortura? Che cosa si chiedeva alle streghe sul rogo, se non di confessare peccati propri e altrui in cambio del perdono? Se c’è dunque qualche motivo per scandalizzarsi oggi, non è l’uscita di Brusca dal carcere, ma il fatto che tutti coloro che lui ha denunciato e fatto arrestare, e che sono detenuti magari da 25 anni, siano ancora dentro con tutte le limitazioni degli articoli 4 bis e 41 bis, e che non lo abbiano potuto accompagnare nel giorno della sua liberazione. È questa la vera ingiustizia.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.