Il giudice Giovanni Falcone ha già dovuto fare i conti con le tesi di fondo riportate da Report. Ha indagato e le ha smontate pezzo per pezzo. Ma andiamo con ordine, partendo dal fatto che il teorema sulla presunta trattativa Stato Mafia sta man mano cambiando in corso d’opera. Lo vediamo con l’arrivo del pentito Pietro Riggio, ex agente penitenziario passato alla mafia, che in tutti questi anni avrebbe custodito indicibili segreti, a partire dal coinvolgimento di alcuni funzionari della Dia che avrebbero fatto il doppio gioco per la cattura di Bernardo Provenzano. Non solo. Nell’attentato di Capaci, la mafia corleonese appare perfino ingenua: Giovanni Brusca ha creduto di aver premuto il telecomando che ha azionato il tritolo, mentre in realtà sarebbero state altre “entità” come i servizi segreti libici.

Ora arriva Report che aggiunge altri dettagli: ci sarebbe stata una sorta di organizzazione superiore formata da massoni, servizi segreti deviati, P2 ed estremisti di destra che avrebbe contribuito ad organizzare tutte le stragi: da quella di Bologna a quelle di Capaci e Via D’Amelio. In sostanza c’è questa sorta di Terzo Livello che avrebbe non solo orientato Cosa Nostra, ma tutta la Storia del nostro Paese. Scoop? In realtà sono antiche suggestioni che hanno tormentato lo stesso Falcone, il quale in più di una occasione ha dovuto smontare. «Non esistono vertici politici che possono in qualche modo orientare la politica di Cosa Nostra. È vero esattamente il contrario. Credo di averlo dimostrato in più occasioni», ha spiegato Falcone davanti al Csm per difendersi dall’esposto presentato dall’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando, insieme all’avvocato Alfredo Galasso e Carmine Mancuso. Il giudice Falcone poi è andato sul punto: «Il terzo livello, inteso come direzione strategica, che è formata da politici, massoni, capitani d’industria, ecc. e che sia quello che orienta Cosa Nostra, vive solo nella fantasia degli scrittori: non esiste nella pratica». Più avanti ha poi esclamato: «Magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe una sorta di Spectre, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo!». Dello stesso avviso era ovviamente il suo collega e amico fraterno Paolo Borsellino: durante l’intervista rilasciata a Giuseppe D’ Avanzo a pochi giorni dalla strage di Capaci, ha ribadito il concetto sottolineando che per fare quel brutale attentato, la mafia non aveva certo bisogno di aiuti esterni.

Ora però scopriamo che i due giudici non ci avrebbero capito nulla. Sono morti mica perché stavano annientando la mafia (basti pensare al maxi processo) e indagando sugli interessi convergenti con il mondo politico economico (appalti con il coinvolgimento di importanti pezzi della grande borghesia). Assolutamente no. Sono stati uccisi perché la loro morte sarebbe rientrata in una sorta di strategia della tensione per destabilizzare la vita democratica del Paese. Una società segreta così sofisticata e ingegnosa che, altro scoop di Report, perfino un gelatiere di Omegna, tale Salvatore Baiardo, viene a conoscenza che più copie dell’agenda rossa di Borsellino sarebbero finite in diverse mani. Non interessa sapere che, nel passato, la Dia di Firenze si era messo in contatto con lui nell’ambito delle inchieste sulle stragi. «Era difficile – ha detto l’allora funzionario della Dia Francesco Messina sentito recentemente al processo ‘ndrangheta stragista – trovare una logica nel comportamento di Baiardo. Non c’è mai stata una grande collaborazione. Abbiamo anche avuto il dubbio che il suo comportamento fosse etero diretto». Evidentemente, per un certo giornalismo di inchiesta va bene sentire chiunque.

Ha quindi sbagliato Falcone. Non si era accorto, ad esempio, che l’estremista di destra palermitano, Alberto Volo, definito un mitomane in più di una sentenza, gli diceva la verità parlando di Gladio e società occulte che avrebbero contribuito nell’omicidio Piersanti Mattarella. Anche in quel caso, Cosa Nostra apparirebbe come una comparsa. Un Totò Riina quasi senza colpa, ma manovrato da altri. Falcone lo ha ascoltato attentamente, per poi mettere nero su bianco agli atti: «Vale la pena di rilevare immediatamente come il comportamento del Volo in questo processo risponda a quel ruolo fantastico e delirante del quale l’imputato ha deciso di connotare ogni momento della sua esistenza».

In realtà lo stesso Volo, 40 anni prima di Report e dell’attuale procuratore generale di Bologna Ignazio De Francisci (proviene dalla procura di Palermo) che indaga sui presunti mandanti della strage (quasi tutti morti), aveva parlato con Falcone di un collegamento tra gli ex nar Valerio Fioravanti e Francesca Mambro con la P2 di Gelli. Ancora una volta Falcone non ci ha capito nulla. Sì, perché vagliò anche quelle dichiarazioni, per poi giungere a questa conclusione: ovvero che la «la valutazione negativa di Fioravanti come killer della P2 nasce nell’ambiente di Terza Posizione, soprattutto dopo l’omicidio di Mangiameli» e che «i rapporti presunti tra Fioravanti e Gelli non costituiscono oggetto di cognizione diretta, ma vengono dedotti dai rapporti tra Valerio e Signorelli, ritenuto in contatto con Gelli per tramite di Aldo Semerari». Falcone scarta anche questi legami, oltre a ribadire «l’irriducibile vocazione di Cosa Nostra a salvaguardare la propria segretezza e la propria assoluta indipendenza da ogni altro centro di potere esterno».

Dulcis in fundo, Report rispolvera anche l’ipotesi che sia Falcone che Borsellino si sarebbero interessati di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Non c’è un solo indizio che porti a quello. Anzi, l’esatto contrario. Due sono le prove che smentiscono tale diceria. Una è l’intervista fatta, per conto della Tv francese Canal Plus, a Paolo Borsellino. I due giornalisti, Fabrizio Calvi, alias Jean- Claude Zagdoun, autore di numerosi libri, soprattutto sui servizi segreti e Jean Pierre Moscardo, scomparso nell’ottobre 2010, hanno anticipato che gli avrebbero fatto domande su Dell’Utri e Berlusconi. Non sapendo nulla di loro, Borsellino ha chiesto al suo collaboratore Giovanni Paparcuri di trovare qualche atto. Trovò un rapporto della Finanza di Milano e glielo ha dato. Durante l’intervista, quella integrale, emerge in tutta evidenza che Borsellino non se ne stesse assolutamente occupando e infatti, alle ripetute sollecitazioni dei giornalisti, ci ha tenuto sempre a precisare che erano argomenti da lui non trattati.

La seconda prova è proprio il famoso appunto di Falcone relativo a Berlusconi che è stato ritrovato circa due anni fa. Grazie alla ricostruzione dell’ex ispettore di polizia Maurizio Ortolan, ora sappiamo che Falcone ascoltò il pentito Francesco Marino Mannoia raccontare, fra l’altro, del pizzo pagato da Berlusconi per proteggere la Standa. Falcone, racconta l’ispettore, interrogava prendendo appunti e solo dopo verbalizzava. Chiese subito a Mannoia se avesse qualche riscontro su Berlusconi e quello rispose ridendo che certo non ne aveva. Falcone poi non lo mise a verbale e l’ispettore non se ne stupì. Sì, perché il giudice aveva il “difetto” di non imbastire processi sul sentito dire. Ciò accadde nel 1989 e non risulta che Falcone abbia dato un seguito alla questione. In fondo si trattava di estorsioni e in quel periodo stava svolgendo indagini ben più delicate.

«Dobbiamo capire quali informazioni possano essere finite a Borsellino, potremmo iniziare a vedere la finalità preventiva di bloccarlo sul fronte del dossier mafia appalti», ha ribadito recentemente l’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, durante il recente processo contro Matteo Messina Denaro. Peccato che Report non l’abbia intervistato o preso minimamente in considerazione. In quel caso non servirebbero suggestioni o testimonianze de relato, ma montagne di documenti, verbali e atti che comproverebbe la casuale delle stragi. L’inchiesta costerebbe più fatica, sicuramente meno intrigante, ma sarebbe più gratificante perché finalmente si ridarebbe voce a Falcone e Borsellino. Un po’ meno ai loro presunti eredi.

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