Il castello accusatorio crolla anche in Cassazione. La Suprema Corte ha assolto questa mattina l’ex ministro Calogero Mannino nel processo stralcio sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. I giudici della sesta sezione penale hanno infatti dichiarato inammissibile il ricorso proposto dai pm di Palermo contro il proscioglimento di Mannino, emesso il 22 luglio 2019 dalla Corte di Appello di Palermo. Per Mannino, ex ministro della Democrazia Cristiana già assolto anche in primo grado nel 2015, le accuse erano di minaccia a Corpo politico dello Stato.

Una decisione commentata con felicità ma anche amarezza da parte di Mannino, che ha atteso la sentenza nella sua abitazione di Palermo. Da una parte l’ex ministro sottolinea “senza retorica ma con l’emozione del momento, l’importanza e il valore di questa sentenza che ha riconfermato il verdetto di primo grado e della corte d’appello, quest’ultimo presentato in modo monumentale per precisione, profondità di tutti gli accertamenti e motivazione”. Dall’altra però Mannino non dimentica come la Cassazione “ha posto termine alle esercitazioni di fantasia che l’ossessione persecutoria di alcuni pm ha messo su carta sin dal 1991 in diversi processi nei quali sono stato sempre assolto”.

L’ex ministro evidenzia dunque come anche la sentenza di Cassazione riconosce la sua “estraneità alla cosiddetta trattativa Stato-mafia”, ma soprattutto “è ricostruita la lunga fase della mia vita politica dal 1979 al 1992 che è stata caratterizzata da un impegno di contrasto alla criminalità e dalla piena mia adesione alla linea che lo Stato andava apprestando per affrontare il problema della mafia”.

Mannino ricorda dunque “la resistenza opposta dai magistrati della Procura generale di Palermo è stata priva di consistenza sul piano fattuale e ancor più immotivata se non artificiosa e pretestuosa sul piano del diritto”. L’ex ministro all’AdnKronos si sfoga e definisce quindi la vicenda giudiziaria “una lunga via crucis durata trent’anni” e si dice anche convinto che in Italia “c’è ancora speranza” perché “ci sono magistrati liberi che procedono secondo le regole e rendono testimonianza di verità”.

Una sentenza commentata a caldo all’AdnKronos da Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali. “Chiedo e mi chiedo se sia mai possibile che un uomo politico importante debba avere, per iniziative delle procure poi dimostratesi infondate, abbandonato la vita politica e impiegato 30 anni della propria vita a difendersi, e come sia possibile che di fronde a una abnormità del genere nessuno senta l’esigenza di dovere mettere mano al tema della responsabilità del magistrato”, accusa l’avvocato.

“E’ l’ennesima conferma della necessità di aprire una grande e profonda riflessione sulla individuazione di criteri di responsabilità del magistrato -osserva il leader dei penalisti – siano esse disciplinari, di carriera o infine risarcitorie”, aggiunge Caiazza.

Redazione